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| La panchina di Milano |
Non lasciatevi ingannare dal titolo: questo non è un blog sull’arredo urbano di Milano. Questo non è neanche un blog inteso come diario dell’autore. Sono poco incline ai personalismi e forse per questo sarò una pessima blogger – d’altronde si tratta della mia prima esperienza di blogging. Il mio è un blog sui libri, quelli che sto leggendo, che ho letto e che leggerò.
E le panchine allora? Scusate, ma nel diluvio di autoreferenzialità da cui oggi nascono blog , social network, youtube &co, anch’io avrò diritto al mio outing. Ho sempre letto molto, soprattutto la narrativa ed in particolare gli scrittori in lingua inglese - non per snobismo, ma per continuare a tenermi in esercizio su quella che, in definitiva, è la mia seconda madrelingua. Oggi però qualcosa è cambiato, e non solo nelle mie letture.
Per ragioni al di fuori del mio controllo, ormai qualche tempo fa sono stata costretta a lasciare il mio lavoro in azienda – un lavoro cui tenevo molto e che via via che passavano gli anni ho svolto con passione e soddisfazioni sempre maggiori. Fortunatamente la mia non è una situazione drammatica in termini economici, tanto più che le mie competenze mi consentono di percorrere la strada di un lavoro indipendente, con più libertà, anche se al prezzo di più solitudine.
In questo senso, il cambiamento forzato ha davvero lasciato il segno. Del mio lavoro di manager mi mancano i progetti condivisi, dibattuti e discussi con i colleghi. Mi mancano le persone con le quali eravamo riusciti a infondere un senso di complicità che alleggeriva anche i compiti più pesanti. Non è mia intenzione mitizzare questo particolare periodo della mia vita, tanto più che, guardando indietro a quell’epoca, mi rendo anche conto delle tante illusioni che io e i miei colleghi ci stavamo facendo. E di cui ci siamo accorti solo più tardi, quando si è trattato di affrontare il cambiamento - una delusione che , almeno nel mio caso, non è ancora del tutto superata.
Ed eccoci finalmente alle panchine, quelle su cui spesso mi piace sedermi nelle belle giornate di sole per osservare la gente che, come me, passeggia nell’orario di ufficio senza essere in ufficio. Persone che quando ero in azienda non avevo mai avuto modo di vedere realmente. Li guardo e penso a come è cambiata la mia vita.
La panchina è un po’ il simbolo di questo passaggio: momenti di vuoto, di malinconia, ma anche una visione più profonda delle cose. Così esperienze, che quando ero "in campo" davo per scontato e coltivavo distrattamente, oggi "in panchina" hanno acquistato un significato più solido e reale: l’amicizia, l’affetto, l’ospitalità, la conversazione, l’ascolto.
E la lettura. Penso che questo blog senza la panchina non sarebbe esistito. Oggi non leggo molto di più, bensì in modo diverso. Non leggo solo nei ritagli di tempo, quando una parte della mente, ancora concentrata altrove, non è disponibile a seguire fino in fondo il cammino lungo il quale lo scrittore mi vorrebbe guidare. In passato leggevo tanti libri, ma ne dimenticavo anche tanti. Oggi leggo per gli autori e la loro storia, per le emozioni e le connessioni che i loro racconti mi ispirano. Per inserirli stabilmente nel mio immaginario. Per parlarne con gli amici. In questo la panchina ha riportato a galla dimensioni personali, e non solo nella lettura, che prima erano nascoste da altre priorità. Mi piacerebbe che questo blog fosse il segno tangibile che da un periodo sfortunato può sempre nascere qualcosa di buono.

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