Ho letto quasi tutti i libri di Yehoshua. Ciascuno – al di là della trama più o meno avvincente - scavava pezzi e toglieva sabbia dai miei cunicoli sotterranei e visualizzava, a volte all’improvviso, pensieri latenti. Quello che forse ho amato di più è stato Viaggio alla fine del millennio (1997). Recentemente – e so di andare in controtendenza - ho apprezzato molto Il responsabile delle risorse umane (2004) e Fuoco amico (2008). Perché? Difficile spiegare perché un libro piace più di un altro: il segreto non sta nel libro ma in noi stessi, nello stato d’animo e nel momento storico in cui lo leggiamo.
Scrivo qui di Fuoco amico perché l’ho letto da poco; non sintetizzo la trama, leggibile ovunque, racconto solo ciò che mi ha colpito. Il libro è la storia del doppio lutto di un padre: personale (il figlio Eyal era un soldato, ucciso dal “fuoco amico”) e collettivo (il dolore e la delusione per il suo paese ferito e in guerra). Yirmiyahu, dopo la morte del figlio e la successiva perdita della moglie, lascia Israele, e non vuole più neppure leggere un libro o un giornale scritto in ebraico. Si ritira in esilio volontario in Tanzania dove viene raggiunto, in modo inaspettato e forse non gradito, dalla cognata Daniela, sorella della moglie, decisa a parlargli, a capire e a riportarlo in patria.
Il libro si snoda su due binari fissi, a volte un po’ ripetitivi: da una parte il dialogo sempre più profondo tra Daniela e Yirmiyahu sullo sfondo luminoso dell’Africa, dall’altra la tranquilla vita quotidiana della famiglia di Daniela, in sua assenza, a Tel Aviv. Straordinarie le pagine nelle quali i due cognati percorrono a ritroso le loro crude verità e si inoltrano nei particolari della vita e della morte del ragazzo, ma anche del loro passato familiare.
In realtà all’inizio Yirmiyahu rifiuta il dialogo con la cognata: Sono qui per dimenticare, non per ricordare, le dice. Dimenticare Eyal? Come è possibile? Chiede Daniela esterrefatta.
Yirmiyahu racconta a Daniela – lo sfondo è quello di un rumoroso mercato africano - della moglie morta di dolore, di come è stato ucciso il figlio, di come e quanto lui abbia indagato per capire chi fosse il colpevole.
Alcune pagine valgono per me la lettura del libro. Dice Yirmiyahu: Il ricordo è finito. Ho smesso di pensare a Eyal e alla sua morte. Non ti puoi nemmeno immaginare le ricerche che ho fatto sulla dinamica dell’incidente. Ma la mia responsabilità è finita. E se il nostro Eyal resuscitasse credimi gli direi: complimenti per essere riuscito a tornare in un mondo che non ha avuto pietà di te, caro mio, e dove sei stato ucciso per sbaglio da due colpi sparati con precisione, Però anche se ti voglio tanto bene, adesso devi avere tu pietà di me e cercarti un altro padre.
Yehoshua valica qui i confini di un sentimento intoccabile e sacro: il pensiero comune di un padre nei confronti del figlio morto, che darebbe qualsiasi cosa per rivederlo in vita.
Qui invece c’è un uomo che ha perso tutto, ma pensa di aver fatto il suo dovere e ora vuole essere esonerato dal ruolo di padre. Un uomo che ha esaurito la sua quota di preoccupazioni e tormenti e ha trovato un po’ di pace nel confino africano. E’ questo un momento intensissimo nella lettura del libro: perché c’è la metafora del lutto di un popolo e le dimissioni di un ebreo dalla sua stessa storia.
Scrivo qui di Fuoco amico perché l’ho letto da poco; non sintetizzo la trama, leggibile ovunque, racconto solo ciò che mi ha colpito. Il libro è la storia del doppio lutto di un padre: personale (il figlio Eyal era un soldato, ucciso dal “fuoco amico”) e collettivo (il dolore e la delusione per il suo paese ferito e in guerra). Yirmiyahu, dopo la morte del figlio e la successiva perdita della moglie, lascia Israele, e non vuole più neppure leggere un libro o un giornale scritto in ebraico. Si ritira in esilio volontario in Tanzania dove viene raggiunto, in modo inaspettato e forse non gradito, dalla cognata Daniela, sorella della moglie, decisa a parlargli, a capire e a riportarlo in patria.
Il libro si snoda su due binari fissi, a volte un po’ ripetitivi: da una parte il dialogo sempre più profondo tra Daniela e Yirmiyahu sullo sfondo luminoso dell’Africa, dall’altra la tranquilla vita quotidiana della famiglia di Daniela, in sua assenza, a Tel Aviv. Straordinarie le pagine nelle quali i due cognati percorrono a ritroso le loro crude verità e si inoltrano nei particolari della vita e della morte del ragazzo, ma anche del loro passato familiare.
In realtà all’inizio Yirmiyahu rifiuta il dialogo con la cognata: Sono qui per dimenticare, non per ricordare, le dice. Dimenticare Eyal? Come è possibile? Chiede Daniela esterrefatta.
Yirmiyahu racconta a Daniela – lo sfondo è quello di un rumoroso mercato africano - della moglie morta di dolore, di come è stato ucciso il figlio, di come e quanto lui abbia indagato per capire chi fosse il colpevole.
Alcune pagine valgono per me la lettura del libro. Dice Yirmiyahu: Il ricordo è finito. Ho smesso di pensare a Eyal e alla sua morte. Non ti puoi nemmeno immaginare le ricerche che ho fatto sulla dinamica dell’incidente. Ma la mia responsabilità è finita. E se il nostro Eyal resuscitasse credimi gli direi: complimenti per essere riuscito a tornare in un mondo che non ha avuto pietà di te, caro mio, e dove sei stato ucciso per sbaglio da due colpi sparati con precisione, Però anche se ti voglio tanto bene, adesso devi avere tu pietà di me e cercarti un altro padre.
Yehoshua valica qui i confini di un sentimento intoccabile e sacro: il pensiero comune di un padre nei confronti del figlio morto, che darebbe qualsiasi cosa per rivederlo in vita.
Qui invece c’è un uomo che ha perso tutto, ma pensa di aver fatto il suo dovere e ora vuole essere esonerato dal ruolo di padre. Un uomo che ha esaurito la sua quota di preoccupazioni e tormenti e ha trovato un po’ di pace nel confino africano. E’ questo un momento intensissimo nella lettura del libro: perché c’è la metafora del lutto di un popolo e le dimissioni di un ebreo dalla sua stessa storia.
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