Secondo di nove romanzi, questo hard-boiled di Jim Nisbet, uscito per la prima volta negli Usa nel 1987, è di sorprendente raffinatezza. Inutile, oltre che ingiusto, accennare alla trama. Del resto chi la leggerebbe in quarta di copertina, oppure su internet, non ne ricaverebbe alcunché. Perché il piacere di questo romanzo sta tutto nella sua scrittura pulita, nella disperata ironia che lo attraversa. Il genere hard-boiled si presta a facili stereotipi. Non così per Nisbet, classe 1947, nato in North Carolina e abitante a San Francisco, che costruisce le sue storie con la stessa cura con la quale escono mobili dalle sue mani di falegname. E giustamente, nell’introduzione-lettera al libro, Sandro Veronesi fa notare come l’autore nelle sue storie ci sia sempre, anche se non scrive mai in prima persona. Sempre, “ma mai tra i piedi”.
Il cappellano, il condannato a morte, il medico e sua moglie, gli amici del condannato a morte si muovono in un’atmosfera sospesa, rancida. Personaggi senza speranza in un modo privo di speranza.
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