Può anche darsi che i tormenti dell’anima generino dei capolavori. A volte è stato così. Ma comunque non mi sembra questo il caso. Il numero di pagine, 1177, alle quali non si è più abituati dai tempi delle letture liceali è l’unica analogia con certe opere a cavallo dei due secoli precedenti. Null’altro. Se poi qualche critico letterario di un qualche giornale si spella le mani per decantare quest’opera, bè, ci siamo abituati. Premesso questo il libro, in larga parte autobiografico, si può leggere, ha diverse parti interessanti, soprattutto quelle dove si parla della vita degli indiani a Bombay, una moltitudine impressionante impegnata quotidianamente a sopravvivere con ogni mezzo, lecito e illecito. E con una solidarietà e accettazione della vita davvero sorprendenti.
Shantaram è il nome indiano dato al protagonista della storia dagli abitanti di un villaggio rurale in cui è ospite per alcuni mesi. Sta per ‘uomo di pace’, un bel nome per un eroinomane plurirapinatore condannato a 23 anni di galera nella sua terra, l’Australia, fuggito dal carcere e riparatosi a Bombay, dove si farà chiamare Lin.
Nella megalopoli il ricercato fa quello che fanno i colleghi stranieri con cui entra subito in contatto. Delinque. Spenna i turisti, procura droga, si dedica a ogni traffico illecito che procuri di che sopravvivere. Una cerchia di disturbati che si ritrova al solito bar ogni giorno, il Leopold. Che hanno alle spalle le solite brutte storie che secondo loro giustificano il fatto di essere lì a fare quello che fanno, rubare, prostituirsi, contrabbandare, uccidere. E Roberts-Shantaram-Lin è come gli altri. Anche lui un duro reso ancora più duro dal carcere, quello in Australia, e quello che per quattro mesi proverà a Bombay.
Nel libro c’è un costante senso di colpa, di vergogna per quello che l’autore ha combinato, il bisogno di riscattarsi, il desiderio di essere riamato dopo aver mandato a monte in patria una famiglia e di avere cancellato, con la fuga, ogni possibilità di ancorarsi agli affetti della sua precedente esistenza. Forse non può fare diversamente, ma Lin ritrova la figura paterna, mai conosciuta in Australia, in uno spietato capo mafioso locale. Da lui impara a trafficare in valuta e oro, a smerciare passaporti falsi . Per lui va a combattere i russi in Afghanistan a fianco dei mujahidin.
Sempre botte, accoltellamenti, ferite in tutto il corpo. E sempre miracolosamente salvo. Davvero fortunato il protagonista al quale Bombay sembra essere entrata nel cuore in profondità con la sua varia umanità di affamati, schiavi, morti e, inevitabilmente, con la sua spiritualità. Tanto che Robert alla fine di numerosi capitoli sente il bisogno di moraleggiare. E poteva anche risparmiarcelo. Come quando scrive, ad esempio: “Le mie poche buone azioni erano sempre offuscate da un’ombra oscura. Ai quei tempi lo ignoravo, ma ora so che alla fine sono le buone azioni a prevalere. Quando la vergogna e la colpa per il male che abbiamo fatto esauriscono la loro forza d’inerzia, sono le buone azioni compiute che ci possono salvare”.
Claudio Mori
Hai ragione che non c'e grande sostanza (sull'India megli leggere libri di indiani - vedi scaffale)E' comunque un bel libro da spiaggia, che leggi tutto d'un fiato malgrado le 1000 pagine. Vera
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