
“Siamo la “Generazione di Tienanmen”, eppure nessuno osa chiamarci così” dice Wang Fei. “E’ un tabù. Siamo stati annientati e zittiti. Se non ci opponiamo adesso verremo cancellati dai libri di storia. Lo sviluppo economico procede a un ritmo frenetico, fra pochi anni il paese sarà così forte che il governo non avrà nulla da temere e nessun bisogno o voglia di ascoltarci. Perciò se vogliamo cambiare la nostra vita, dobbiamo agire adesso. E’ la nostra ultima possibilità. Il Partito implora il mondo di assegnare le Olimpiadi alla Cina, noi dobbiamo implorare il Partito che ci conceda i diritti umani fondamentali”.
E’ il 1999, a dieci anni dal massacro di Tienanmen – perché di massacro si trattò – e uno dei leader del movimento studentesco, che ebbe il coraggio di indire la manifestazione, è ridotto su una sedia a rotelle. Le sue gambe sono state schiacciate dai carri armati che il 4 giugno 1989 sedarono la “sommossa controrivoluzionaria” degli studenti. Quegli stessi carri armati che il 5 giugno vennero ripresi mentre si fermano davanti ad uno studente che non ha nessuna intenzione di lasciarli passare. Ricordo con nitidezza il video. Non sapevo che di lì a poco lo studente sarebbe stato giustiziato e che il giorno prima sulla piazza erano morti da 400 a 800 cinesi (non esistono dati ufficiali). Ma Wang Fei è uno che lotta, e non si dà per vinto. Se nella primavera 1989 furono i funerali di Hu Yaobang, l' ex-segretario generale riformista , e la visita di Gorbachev a portare in piazza un milione di cinesi, nel 1999 la candidatura della Cina alle Olimpiadi rappresentava una seconda chance per chi lottava per la democrazia in quel Paese. Sappiamo come è andata. Pochi voci si sono levate contro la candidatura di un’economia di cui l’Occidente aveva bisogno – in particolare gli USA, il cui debito pubblico è sottoscritto in parte consistente dalla Cina. Nel 2008 le Olimpiadi furono un trionfo di pubbliche relazioni per Pechino. Intanto Wang Fei, sulla carrozzella, veniva rinchiuso in un ospedale psichiatrico, da cui, probabilmente, non uscì mai.
Anche Dai Wei, la voce narrante ed il protagonista di Pechino è in coma, ha pagato a caro prezzo il suo desiderio di libertà. Ridotto allo stato vegetativo dal proiettile di un soldato nella repressione del 4 giugno, non può far altro che ricordare quei giorni, mentre assiste impotente all’avanzata della Cina verso il capitalismo e la ricchezza. Dai Wei è figlio di un “destroide”, un primo violino dell’Orchestra di Pechino, che, per le sue idee esterofile passò ventidue anni nei campi di rieducazione della Rivoluzione culturale di Mao. Per questo peccato d’origine ha pagato tutta la famiglia: né Dai Wei, né la madre né il fratello possono iscriversi al Partito e ottenere i benefici (assistenza sanitaria, scuole ecc) spettanti solo ai quadri di Partito. Ma Dai Wei non riesce a morire. La madre lo assiste per dieci anni. Prima vende l’urina che fuoriesce dal catetere – giudicata miracolosa per certe malattie- poi un rene del figlio, che verrà trapiantato a un ricco mercante di Hong Kong.
Paradossalmente, considerando che la realtà che lo circonda è mefitica, quanto è mefitica la stanza in cui giace, i ricordi di Dai Wei non sono tutto intrisi di amarezza. Sono ricordi di forte amicizia con i compagni di università, di amore per le donne della sua vita. Di entusiasmo e impegno nella preparazione della manifestazione, dove Dai Wei è capo della sicurezza. Ma anche di sconforto per le evidenti divisioni interne al movimento studentesco.
I due terzi del libro di 633 pagine sono dedicati ai giorni trascorsi sulla Piazza, in particolare le ultime settimane dallo sciopero della fame degli studenti all’arrivo dei carri armati.Il dialogo fra gli studenti racchiude ogni dettaglio di quei momenti. Malgrado la loro consapevolezza di quanto potesse essere pericoloso e crudele il Potere (allora rappresentato da Deng Xiao Ping) nei confronti dei dissenzienti (il destino di genitori e nonni era tuttaltro che sconosciuto), gli studenti non aspettavano tanta efferatezza. E a distanza di dieci anni, quando le ruspe stanno per demolire la casa di Dai Wei e trasportare via lui e la madre impazzita, per far posto allo Stadio delle Olimpiadi, le “parole interiori” del tretenne in coma sono ancora pervase di ottimismo e ironia.
Attraverso il buco profondo dove un tempo c’era il balcone coperto, vedi l’albero di carrubo abbattuto che lentamente rinasce.Questo è un chiaro segno che d’ora in avanti dovrai affrontare la vita con serietà.
Un libro splendido. Da non perdere per capire un pezzetto di verità su un mondo che a volte ci si illude di conoscere.
E’ il 1999, a dieci anni dal massacro di Tienanmen – perché di massacro si trattò – e uno dei leader del movimento studentesco, che ebbe il coraggio di indire la manifestazione, è ridotto su una sedia a rotelle. Le sue gambe sono state schiacciate dai carri armati che il 4 giugno 1989 sedarono la “sommossa controrivoluzionaria” degli studenti. Quegli stessi carri armati che il 5 giugno vennero ripresi mentre si fermano davanti ad uno studente che non ha nessuna intenzione di lasciarli passare. Ricordo con nitidezza il video. Non sapevo che di lì a poco lo studente sarebbe stato giustiziato e che il giorno prima sulla piazza erano morti da 400 a 800 cinesi (non esistono dati ufficiali). Ma Wang Fei è uno che lotta, e non si dà per vinto. Se nella primavera 1989 furono i funerali di Hu Yaobang, l' ex-segretario generale riformista , e la visita di Gorbachev a portare in piazza un milione di cinesi, nel 1999 la candidatura della Cina alle Olimpiadi rappresentava una seconda chance per chi lottava per la democrazia in quel Paese. Sappiamo come è andata. Pochi voci si sono levate contro la candidatura di un’economia di cui l’Occidente aveva bisogno – in particolare gli USA, il cui debito pubblico è sottoscritto in parte consistente dalla Cina. Nel 2008 le Olimpiadi furono un trionfo di pubbliche relazioni per Pechino. Intanto Wang Fei, sulla carrozzella, veniva rinchiuso in un ospedale psichiatrico, da cui, probabilmente, non uscì mai.
Anche Dai Wei, la voce narrante ed il protagonista di Pechino è in coma, ha pagato a caro prezzo il suo desiderio di libertà. Ridotto allo stato vegetativo dal proiettile di un soldato nella repressione del 4 giugno, non può far altro che ricordare quei giorni, mentre assiste impotente all’avanzata della Cina verso il capitalismo e la ricchezza. Dai Wei è figlio di un “destroide”, un primo violino dell’Orchestra di Pechino, che, per le sue idee esterofile passò ventidue anni nei campi di rieducazione della Rivoluzione culturale di Mao. Per questo peccato d’origine ha pagato tutta la famiglia: né Dai Wei, né la madre né il fratello possono iscriversi al Partito e ottenere i benefici (assistenza sanitaria, scuole ecc) spettanti solo ai quadri di Partito. Ma Dai Wei non riesce a morire. La madre lo assiste per dieci anni. Prima vende l’urina che fuoriesce dal catetere – giudicata miracolosa per certe malattie- poi un rene del figlio, che verrà trapiantato a un ricco mercante di Hong Kong.
Paradossalmente, considerando che la realtà che lo circonda è mefitica, quanto è mefitica la stanza in cui giace, i ricordi di Dai Wei non sono tutto intrisi di amarezza. Sono ricordi di forte amicizia con i compagni di università, di amore per le donne della sua vita. Di entusiasmo e impegno nella preparazione della manifestazione, dove Dai Wei è capo della sicurezza. Ma anche di sconforto per le evidenti divisioni interne al movimento studentesco.
I due terzi del libro di 633 pagine sono dedicati ai giorni trascorsi sulla Piazza, in particolare le ultime settimane dallo sciopero della fame degli studenti all’arrivo dei carri armati.Il dialogo fra gli studenti racchiude ogni dettaglio di quei momenti. Malgrado la loro consapevolezza di quanto potesse essere pericoloso e crudele il Potere (allora rappresentato da Deng Xiao Ping) nei confronti dei dissenzienti (il destino di genitori e nonni era tuttaltro che sconosciuto), gli studenti non aspettavano tanta efferatezza. E a distanza di dieci anni, quando le ruspe stanno per demolire la casa di Dai Wei e trasportare via lui e la madre impazzita, per far posto allo Stadio delle Olimpiadi, le “parole interiori” del tretenne in coma sono ancora pervase di ottimismo e ironia.
Attraverso il buco profondo dove un tempo c’era il balcone coperto, vedi l’albero di carrubo abbattuto che lentamente rinasce.Questo è un chiaro segno che d’ora in avanti dovrai affrontare la vita con serietà.
Un libro splendido. Da non perdere per capire un pezzetto di verità su un mondo che a volte ci si illude di conoscere.
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