mercoledì 23 dicembre 2009

Steve Toltz, Una parte del tutto, Einaudi 2009

Cara Vera,

leggilo, anzi leggetelo tutti, anche voi Sostenitori Anonimi di questo blog, sornionamente lontani da qualunque post di stupore, di rabbia, di rammarico. Che pigiate per guardare salire i numeri del contatore delle visite, ciliegie di una slot machine, su una scala che scricchiola come vecchie ossa.
Il romanzo di Antonio Pizzuto “Signorina Rosina” non ha suscitato la minima curiosità, vedo. Nemmeno quel perentorio giudizio di Gianfranco Contini sull’autore, “catafratto in una maturità che è magistero”, ha fatto strappare un post , catafratti tutti in una magistrale indifferenza..
Probabilmente, Vera, il tuo dichiarato prevalente interesse per autori che, come hai scritto, ti fanno “ viaggiare verso popoli le cui problematiche di vita, anzi, di sopravvivenza, mi ricordano che il mondo non è ciò che vedo dalle finestre di casa mia”, ti porta a sorvolare la Sicilia rigogliosa di scrittori e poeti per altre terre.
Mimì, ti porterò in Australia, allora! Tra serpenti della mente, assolute indifferenze, radicali solitudini, esistenziali paesaggi, stralunate stanze, commoventi ironie. La psiche sporgente come costole.
Da quanto tempo non scappa da ridere apertamente leggendo una pagina? Dico ridere, non sorridere. Forza, sono certo che non viene in mente quanto tempo è passato. Del resto sono tempi in cui c’è poco da ridere. E poi non è necessario leggere qualcosa di ironico ma leggere con ironia, lo dico anche te, sconosciuta Sostenitrice di Torino dal sorriso demoralizzante.
E’ una jazz band di qualità che suona questa musica. Fanno male i muscoli del collo a forza di seguirne il ritmo. Ogni strumento ha il suo assolo senza nemmeno il Tum del contrabbasso. Poi le variazioni sul tema diventano un travolgente ingorgo di note, una parte del tutto, che possono all’improvviso acquietarsi in un lungo, poetico La, sognando oceani e orizzonti irraggiungibili. Tum Tum. Ciascun momento un mosaico micro narrativo.
Da sempre ragazzi e ragazze starnutiscono verso la morte per colpa delle influenze dell’anima.
Immaginare gli angeli. Prostitute sbracate su divani di pelle bianca.
“Chiudi quel cazzo di bocca, Martin, adesso mi hai veramente rotto.”
Claudio Mori

domenica 20 dicembre 2009

Leggere Lolita a Teheran - 4


Ogni giovedì dal 1995 al 1997, sette ragazze di Teheran , come nella Londra del primo romanzo di Harry Potter, passano attraverso una porta sulla strada e entrano in un mondo parallelo: non il magico mondo di maghi e streghe, bensì il soggiorno di Azar Nafisi. Qui si trasformano diventando se stesse, in jeans, maglietta colorata, lo smalto rosso alle unghie, i folti capelli slegati: parlano delle loro vite personali, ridono, scherzano, piangono, mangiano deliziosi pasticcini, leggono insieme i classici delle letteratura americana. Finita la riunione, per la stessa magia, diventano altrettante sagome informi, curve, a testa bassa,guanti neri sulle mani, attraversano la porta e ritornano nella Teheran della rivoluzione islamica. Non sono ragazze qualunque: ci vuole coraggio a varcare quella soglia. Non solo il regime dell’ayatollah non tollererebbe la lettura di libri messi al bando, ma neppure le loro famiglie, e tanto meno i padri e i fratelli, se venissero a saperlo.
Questo è essere donna a Teheran : dall’ascesa di Khomeini nel 1979 fino all’era di Akmedinejad, in cui le donne partecipano alle manifestazioni e si fanno ammazzare per strada. Per Nafisi sono le donne a portare il peso maggiore del totalitarismo iraniano. “Vivere nella Repubblica Islamica dell’Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta…..fingi di essere da qualche altra parte, provi a dimenticarti del tuo corpo, anzi lo odi il tuo corpo…” dice Nafisi in un momento di esasperazione di fronte a un marito che, per quanto aperto e riformista, non capisce veramente le profonde ragioni del suo rancore nei confronti di un regime che ha privato lei, come tutte le donne iraniane, delle proprie libertà individuali, e soprattutto del diritto di scegliere.
Leggere Lolita a Teheran è un libro difficile, che molti possono legittimamente trovare noioso e pesante, a causa dei continui riferimenti ai classici della letteratura più amati da Nafisi. Ma proprio nell’incrocio fra letteratura e vita reale sta l’ unicità del libro, che non è reportage giornalistico, ma l’ autobiografia di un’insegnante appassionata, che ha fatto la scelta, per molti versi contraddittoria, di abbandonare il proprio Paese.
“Non crederai che sia la stessa Austen che leggevi con il Professor French (come studentessa negli Stati Uniti ndr)…Questa è la Austen che hai letto qui, in un Paese dove il censore è cieco, dove impiccano gente per strada e stendono un telone nell’acqua del mare per tenere separati gli uomini e le donne mentre fanno il bagno”
Qui sta l’essenza del fortissimo legame fra la letteratura e la vita personale di queste donne. In un mondo in cui i colori sono spariti, le opere proibite dalla rivoluzione khomeinista rappresentano per Nafisi e le sue studentesse l’esercizio del diritto all’immaginazione – la libertà più temuta dai khomeinisti. Letti a Teheran, i romanzi di Nabokov, James, Austen e Fitzgerald si rivelano altrettante chiavi per avvicinarsi a tematiche universali, quali l’essenza del totalitarismo, e per comprendere il coraggio di chi, soprattutto se donna, si è rifiutata di obbedire agli ordini che l’ortodossia impone. Vita personale e regime politico si intrecciano in una morsa mortale per le donne in Iran. Il vero pregio di questo libro sta nell’aver fatto conoscere l’ iniquità terribile che le donne iraniane supportano ad un’opinione pubblica distante e forse più attenta al quadro complessivo della situazione politica in Iran, che non a ciò che accade a ognuna di loro.
Vera


Leggere Lolita a teheran - 3

Con le mani pronte sulla tastiera del computer ho pensato come cominciare questo mio commento e, subitanea, mi è venuta spontanea un’esclamazione poco consona: “che palle”! cercando di correggere il tiro mi è venuto per associazione di idee il super citato ‘blade runner’…ho visto cose nella mia vita…e ne ho letti di libri che questo ne avrei fatto volentieri a meno… Insomma, si è già capito che non sono proprio entusiasta di questo “leggere lolita”.
Provo a dare almeno due ragioni per leggerlo: a) se non si ha nessuna idea della guerra in iran dalla caduta dello scia e della condizione della donna prima e dopo l’integralismo islamico.
b) se non si è mai letto, più che lolita ( in qualunque posto voi l’abbiate letto), provare a leggere il grande Gatsby. E per quelli che lo hanno già letto sarà curioso il riprenderlo in mano per paragonare le differenti sensazioni scaturite dalla lettura di un libro a secondo del contesto storico e/o della dislocazione geografica del lettore. ( io l’ho fatto )
Tutto il resto…il processo alla letteratura, le difficoltà del vivere e insegnare a Teheran dei protagonisti ..tutto è narrato in maniera piatta .
Quindi? Quindi una serie di déjà vu, déjà lu come un film del terzo mondo premiato ad un festival che dopo le prime 10 scene o le prime 60 pagine ti viene voglia di uscire dalla sala nel primo caso e nel secondo di chiudere il libro e spegnere la luce. In ambedue i casi con un vago senso di delusione e di occasione mancata.
Anche l’analisi dei vari voltafaccia da parte personaggi che si sono alternati al potere e la conseguente confusione politica tra rivoluzione, apparente controrivoluzione, potere costituito e finta ricerca di democrazia sono certamente istruttivi ma nulla aggiungono alla ricerca dei meccanismi che muovono queste tragiche situazioni; ma soprattutto nulla aggiungono alla spiegazione della strumentalizzazione che in ogni tempo è stata fatta della religione o di un equivalente credo politico come fortissimo elemento di repressione intellettuale .
Non mi ha interessato nemmeno tutta la parte riguardante l’analisi dei testi presi in considerazione dall’autrice; pretesti per raccontare aneddoti riguardanti fatti politici o vicissitudini personali.
Niente mi ha commosso, niente mi ha incuriosito.
Lia

Leggere Lolita a Teheran- 2

Cara Vera,
ho fatto un sogno inquieto. Di essere il prodotto del sogno di qualcun altro. Di essere prigioniero della sua mente malata. Di agire e pensare come il mio tiranno sognava che io agissi e pensassi. Era lui a stabilire i miei ideali. Non riuscivo a liberarmi. Anche il posto dove mi trovavo era un non luogo che corrispondeva al mio non essere. Per sfuggire a questo incubo iniziai a inventare una storia della quale ero protagonista. Entrai così in un libro, in un altro mondo, sfuggendo a quello del tiranno. Ero finalmente libero, felice di costruirmi all’interno del mio romanzo il destino come meglio mi pareva. Poi mi sono svegliato, incapace di distinguere per qualche istante tra finzione e realtà. Avevo sognato il libro che stavo leggendo.
"La società perdona spesso il delinquente ma mai il sognatore", scriveva Oscar Wilde. E proprio su questo doppio registro si sviluppa il libro di memorie dell’iraniana Azar Nafisi.
Da una parte un paese umiliato e martoriato dalla fanatica cecità e dalla violenza del fondamentalismo islamico, con persone alle quali è stato rubato il passato e il futuro, con donne costrette a rendersi invisibili sotto lugubri stoffe, con uomini e donne imprigionati, torturati, violati, ammazzati come bestie. E dentro le mura lo stesso orrore ripetuto in sedicesimo a danno delle donne.
Dall’altra il sogno e il bisogno di un mondo diverso dall’opprimente realtà, della libertà di raccontarsi con i propri occhi e non con quelli degli altri.
Il filtro tra questi due opposti, in “Leggere Lolita a Teheran”, è rappresentato dalla finzione letteraria. La letteratura come spazio di libertà, dunque rivoluzionaria. E per questo oggetto di repressione e distruzione da parte di ogni regime totalitario, sedicente rivoluzionario. La rivoluzione si dovrebbe fare per ottenere maggiori diritti, non per cancellarli, in nome del futuro non del passato.
In un gustoso passaggio del libro, al momento delle presentazioni un noto romanziere del regime iraniano dice al traduttore di Daisy Miller: “ ‘Il suo nome non mio è nuovo – non è lei che ha tradotto Henry Miller’. ‘No, Daisy Miller’. ‘Certo, sì. Di James Joyce, vero?’. ‘No. Di Henry James’. ‘Ma certo, Henry James. E adesso cosa sta facendo di bello il signor James?’. ‘Il morto – è dal 1916 che fa il morto’. “
Gli avvenimenti politici, quelli della guerra con l’Iraq, tante storie personali sono scanditi da un seminario su Nabokov e la Austen che Azar Nafisi tiene nella sua abitazione con cinque ragazze, dalle sue lezioni universitarie su Fitzgerald e James. Perché? Nafisi lascia che sia un suo caro amico, un professore che vive come esiliato in patria, a dare la spiegazione: “Fa’ ciò che i poeti fanno con i loro re filosofi. Non c’è bisogno di creare una fantasia parallela dell’Occidente: da’ alle tue ragazze il meglio di quanto l’altro mondo può offrire: la finzione letteraria – restituisci loro l’immaginazione!”. Che non significa accettazione acritica dell’Occidente e dei suoi valori. Per Nafisi il romanzo è l’espressione sensoriale di un altro mondo, non è la realtà, ma l’epifania della verità. Inoltre “tutte le grandi opere di narrativa (…) hanno in sé il nocciolo di una rivolta”
Azar Nafisi, che aveva studiato da giovane in Inghilterra e negli Stati Uniti, aveva creduto e voluto rientrare in Iran per insegnare letteratura, nel 1997 emigra con la famiglia a Washington. Come lei, alcune delle sue allieve e molti altri iraniani hanno preferito, quando hanno potuto, andarsene dal loro paese.
Termino di leggere il suo libro una mattina grigia, carica di pioggia, ai primi di novembre. Il quotidiano la Repubblica quel giorno titola: “Iran: caccia agli studenti contestatori - I giovani in corteo: ‘Morte al dittatore’. Pestaggi e arresti nella capitale”. E nelle prime righe: “ Decine di persone arrestate, ragazze picchiate, spari, sangue, feriti, elicotteri per disperdere i manifestanti”.
“ I sogni sono orribili canaglie”, ha scritto un amico.
Claudio Mori

Leggere Lolita a Teheran- 1

Cari amici della panchina per tutti ,

mi è piaciuto molto Leggere Lolita a Teheran e ritengo che la scelta di questo libro sia stata particolarmente appropriata per questo nostro primo “ confronto di opinioni”. Mi sembra infatti che noi sostenitori di Panchinedimilano siamo in perfetta sintonia con il tema del libro! Infatti, oltre a un efficace inquadramento storico sulla situazione socio-politica in Iran dopo la rivoluzione, si parla di amore per la letteratura occidentale e del dibattito che ne scaturisce durante il seminario “non autorizzato” che la prof. Nafisi tiene a casa sua per il gruppetto selezionato di studentesse. Nel nostro caso saranno la prof. Vera e il suo assistente Claudio a darci un’autorevole lettura critica del racconto; io mi pongo nelle vesti dell’ allieva (..senza chador e senza pretese) con qualche considerazione che mi auguro susciti un po’ di discussione.

Questa Lolita mi ha dato una certa emozione, mi ha catapultato in un mondo che conosco poco e di cui si sa poco. Mi ha anche riportato ai miei anni d’università, agli anni “settanta”, quando anch’io studiavo letteratura anglo-americana e nel mondo si dava l’avvio a tanti cambiamenti, di mentalità, costume, politici e sociali, dei quali noi studenti ci sentivamo artefici e protagonisti, in nome della pace e della democrazia. Il contrario di quanto è poi avvenuto in Iran con l’insediamento del potere islamico (1978), ma forse vicino alle rivolte che si stanno scatenando proprio in questi giorni, a 40 anni di distanza, nelle università di Teheran . E questo è già un punto sul quale confrontarsi: le giovani donne del seminario, umiliate nella loro libertà e femminilità, sono le stesse iraniane di oggi? C’è lotta per un riscatto femminista, per raggiungere quelle conquiste fondamentali come la liberalizzazione dei contraccettivi, la legalizzazione del divorzio e dell’aborto oppure la fuga è ancora l’unica via d’uscita al clima di terrore, oggi come ieri? La fuga delle studentesse della Nafisi nella letteratura, negli incontri culturali clandestini e anche la fuga dal proprio paese, verso quell’occidente che rappresentava ( o rappresenta ancora…?) la speranza ma anche il tradimento delle radici e dei valori ancestrali.

Lolita mi ha anche colpito per la sapiente e coinvolgente capacità dell’autrice di raccontare gli eventi storici, la morte di Komeheni, i lunghi anni della guerra Iran-Irak, l’ascesa dei grandi capi religiosi. E poi, davvero interessante, la discussione sugli autori del passato, come Jane Austen, come Fitzgerald, come Henry James, scrittori per i quali il rispetto per l’individuo e l’aspirazione alla felicità sono diritti indiscussi in contrasto con la massificazione e la frustrazione del fondamentalismo islamico. Sarebbe interessante rileggere i libri presi in esame dalla Nafisi alla luce dei suoi commenti, delle sue interpretazioni. Curiosa la lettura di ‘Orgoglio e pregiudizio’ al ritmo di un ballo ! O ripercorre le pagine del Grande Gatsby rifacendosi al processo organizzato all’Università di Teheran. A questo proposito devo dire che mi sarebbe piaciuto avere una più ampia descrizione del dibattito, mentre l’autrice si è soffermata maggiormente – e a ragione, per l’equilibrio narrativo – sull’aspetto concettuale dell’iniziativa.

Certo, c’è un po’ di intellettualismo in tutto il racconto; si ritrova qualche dispensa universitaria, frutto dei vari anni di studio e d’insegnamento della Nafisi; lo spaccato di una realtà paradossalmente privilegiata, visto che l’autrice è figlia di un sindaco di Teheran e di una madre ministro ai tempi dello Shah. Ha studiato in Inghilterra e Usa, dove ora vive e lavora con successo; anche le sue studentesse appartengono per lo più a una classe socio-culturale elevata, che si può permettere di studiare e di scappare all’estero. Questo però, a mio parere, non toglie niente alla piacevolezza del libro, con la sua scrittura fluida e ben articolata, con l’amorevole descrizione della personalità delle ragazze che avrebbero potuto subire la sorte della Lolita di Nabokov se non avessero incontrato un’insegnante così illuminata. Non è facile trovare in un libro tanti spunti di interesse!

Annalisa

Azar Nafisi. Leggere Lolita a Teheran. Adelphi .2004


Questi sono i giorni in cui i protagonisti delle manifestazioni di giugno, in occasione delle elezioni in Iran, vengono processati e giustiziati dai guardiani della Rivoluzione. E in cui il successore di Khomeini, l’ayatollah Khamenei, ha dichiarato la volontà del governo di eliminare l’opposizione. Qualunque siano i giudizi sul libro di Azar Nafisi, non v’è dubbio che il suo racconto si inquadra in uno scenario di oppressione che dal 1979 , malgrado il sacrificio di dissidenti e riformisti, resta sostanzialmente immutato. Purtroppo neanche questo libro, entrato nella classifiche dei bestseller nel 2003, è riuscito a scalfire il muro che ci divide da un popolo le cui sorti ci lasciano sostanzialmente indifferenti e da un paese le cui minacce poco ci preoccupano.
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martedì 8 dicembre 2009

Roberta Cordani (a cura di). Le terre delle Cascine a Milano e in Lombardia, Celip, 2009


Cara Roberta,

ci conosciamo da diversi anni – praticamente da quando mi sono trasferita a Milano per iniziare a lavorare sul serio. E da diversi anni la nostra amicizia è scandita dal ciclo di produzione del tuo Libro annuale. Adesso siamo quasi a Natale e tiri un sospiro di sollievo perché l’opera è compiuta. L’hai battezzata con il tuo pubblico e con gli affezionati che non si perderebbero la presentazione alla Società del Giardino per nessuna ragione, come gli amici dell’opera ( almeno quelli che possono) non si perdono, negli stessi giorni, la prima della Scala. Ma il tuo fare rilassato dura poco. So che stai già pensando al prossimo volume, che, come sempre, ci illuminerà su particolari inediti dell’arte e della storia di Milano e della Lombardia. Con la primavera sarai alle prese con autori e fotografi – un po’ nervosa, perché il libro vive già nella tua testa, ma temi che ti sfugga nel concreto. Luigi in tutto questo esercita un’ azione rassicurante – benedetto uomo! Ti cura e se ne cura, partecipando attivamente alle gite fuori porta e alle scorribande agresti o fluviali che l’opera comporta e scrivendo pure lui. Con l’estate siamo al clou – io abbandono Milano sapendo che comunque ti vedrei poco, perché sarebbe difficile inserirsi nel tuo bioritmo di curatrice - l’unico che ce la fa è Luigi. Settembre e ottobre non ne parliamo… anche sentendoti al telefono si capisce che ci siamo quasi… E poi, eccoci, a ottobre ci raccogli a cena, dove avviene l’ unveiling della prova di stampa . E poi, poche settimane dopo, arrivi a casa mia con uno dei primi Esemplari. E’ nato finalmente. Quest’anno si parla di Cascine : mentre, curiosi, ci contendiamo le pagine e, soprattutto, le meravigliose immagini, ci racconti che in Lombardia ci sono 57.500 aziende agricole - già questo è abbastanza stupefacente - e proprio in città le cascine sono ben cinquanta (ma dove?). Accade quindi fra noi quello che sempre accade con Il Libro: un tema cui forse non daremmo troppa importanza, perché, da bravi milanesi (anche se d’adozione, come me) altro ci occupa e ci preoccupa, acquista magicamente consistenza e incrocia la nostra quotidianità banalotta. E’ avvenuto per i cortili, per i Navigli,per i presepi, e tant’altro. Adesso avviene con le Cascine, che nei secoli hanno rappresentato il luogo per eccellenza di aggregazione sociale “il luogo del lavoro, della famiglia, della preghiera,e perché no, anche della comunicazione” come scrive Gianni Verga nell’introduzione. Tra una bellissima foto e l’altra (cascine restaurate e non, ruderi e poderi, ma anche tante persone, contadini, fittavoli, mezzadri che hanno popolato un mondo nascosto), i brevi saggi dei “tuoi” autori ci introducono alle mille sfaccettature della cultura agricola in Lombardia : dal sistema proprietario a quello dell’alimentazione, dalle origini nel 1200 all’influenza sulla pittura e l’incisione, fino alle problematiche più attuali legate all’ambiente e, quindi, alla nostra sopravvivenza su questo pianeta. Eh sì, perché Le Terre delle Cascine non è solo nostalgia, ma anche speranza. Speranza che il “grande sogno”, realizzato dall’ingegner Giuseppe Natta, di produrre “paesaggio” oltre che ortaggi e foraggio si moltiplichi in tante stupefacenti oasi come la Cassinazza. Speranza che il “micro-sogno” del tuo editore Nicola Partipilo, che quotidianamente si tuffa nel suo orto in un’area abbandonata di Cassina ‘de Pecchi - quasi fosse una camera iperbarica - contagi tutti noi.

sabato 5 dicembre 2009

Nicolai Lilin. Educazione siberiana. Einaudi, 2009


Come molti sono venuta a conoscenza di Nicolai Lilin attraverso l’articolo di Saviano uscito su Repubblica. Un pezzo che, come prevedibile, ha moltiplicato le vendite del libro in Italia e innescato una serie di recensioni entusiastiche nei media. Francamente temo che questo successo sia da attribuire soprattutto a un’operazione di pr concepita a tavolino dall’editore (Einaudi) dopo aver scoperto un personaggio che, nonostante le dubbie capacità letterarie e linguistiche, “buca il video” (come direbbero alcuni miei ex colleghi) grazie al suo passato. Un passato breve (Lilin ha 29 anni) ma denso di ingredienti “giusti” (violenza, gang criminali, mafia russa, perfino i tatuaggi). Lilin, come ci racconta lui stesso, è nato in Transnistria , sconosciuta provincia della Russia meridionale, dove negli anni Trenta sono stati deportati da Stalin gli Urka siberiani, popolo di “criminali onesti”, avverso a qualsiasi forma di autorità costituita – soprattutto i russi - come pure a qualsiasi sistema di guadagnarsi il pane senza sottrarlo a qualcun altro. Ma popolo che, nella diaspora, ha portato con sé valori “morali” e religiosi molto radicati.
L’educazione siberiana ha plasmato la giovinezza dell’autore in Transnistria. Il suo libro è la nostalgica evocazione di una criminalità Vecchia, piena di dignità, in via di estinzione di fronte all’avanzare della criminalità Nuova, senza scrupoli e senza regole. Per chi, come la sottoscritta, non riesce pienamente ad apprezzare la differenza di fondo fra i due mondi, l’idea del criminale onesto, che non esita a ammazzare, ma non tocca mai i soldi “impuri”, ha qualcosa di comico. E questo forse è uno dei pochi effetti gradevoli della lettura del libro. Di fatto, resta il dubbio di una delinquenza mitizzata, che, per quanto nobilitata da una storia di opposizione allo stalinismo e al comunismo, sempre delinquenza è. Come ha scritto Danilo commentando il libro in un blog letterario:


Invito chiunque a leggere l’Arcipelago (Gulag di Sozenitsin n.d.r) o “I racconti della Kolyma” di Salamov per avere anche un diverso punto di vista, un contraddittorio per quanti vedano dei miti (o solo tali) nella delinquenza anche se “siberiana”.

Ad eccezione del primo capitolo, che, con una certa forza espressiva, propone un flash dell’inferno vissuto da Lilin in Cecenia a coronamento della sua educazione siberiana, il libro delude anche dal punto di vista linguistico. Infatti la minuziosa e didascalica descrizione delle regole interne al clan dei siberiani e dei diversi personaggi che Lilin ha conosciuto in gioventù, per quanto interessante dal punto di vista antropologico, non suscita alcuna emozione. Il problema è che Lilin “racconta, ma non narra”, come direbbe Claudio. La sua scrittura manca di spessore e di poesia. E’ una prosa piatta, fin troppo corretta per un autore che non scrive nella propria lingua. L’editore ci informa che Lilin, trasferitosi in Italia da qualche anno, scrive direttamente in italiano. Ascoltando alcune sue interviste televisive direi che scrive meglio di come parla. Perché non lasciare nella sua prosa almeno qualche indizio delle sue origini ?
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto non viene aggiornato con cadenza periodica. Non è pertanto da considerarsi un mezzo di informazione o un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001.

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