Cara Vera,
ho fatto un sogno inquieto. Di essere il prodotto del sogno di qualcun altro. Di essere prigioniero della sua mente malata. Di agire e pensare come il mio tiranno sognava che io agissi e pensassi. Era lui a stabilire i miei ideali. Non riuscivo a liberarmi. Anche il posto dove mi trovavo era un non luogo che corrispondeva al mio non essere. Per sfuggire a questo incubo iniziai a inventare una storia della quale ero protagonista. Entrai così in un libro, in un altro mondo, sfuggendo a quello del tiranno. Ero finalmente libero, felice di costruirmi all’interno del mio romanzo il destino come meglio mi pareva. Poi mi sono svegliato, incapace di distinguere per qualche istante tra finzione e realtà. Avevo sognato il libro che stavo leggendo.
"La società perdona spesso il delinquente ma mai il sognatore", scriveva Oscar Wilde. E proprio su questo doppio registro si sviluppa il libro di memorie dell’iraniana Azar Nafisi.
Da una parte un paese umiliato e martoriato dalla fanatica cecità e dalla violenza del fondamentalismo islamico, con persone alle quali è stato rubato il passato e il futuro, con donne costrette a rendersi invisibili sotto lugubri stoffe, con uomini e donne imprigionati, torturati, violati, ammazzati come bestie. E dentro le mura lo stesso orrore ripetuto in sedicesimo a danno delle donne.
Dall’altra il sogno e il bisogno di un mondo diverso dall’opprimente realtà, della libertà di raccontarsi con i propri occhi e non con quelli degli altri.
Il filtro tra questi due opposti, in “Leggere Lolita a Teheran”, è rappresentato dalla finzione letteraria. La letteratura come spazio di libertà, dunque rivoluzionaria. E per questo oggetto di repressione e distruzione da parte di ogni regime totalitario, sedicente rivoluzionario. La rivoluzione si dovrebbe fare per ottenere maggiori diritti, non per cancellarli, in nome del futuro non del passato.
In un gustoso passaggio del libro, al momento delle presentazioni un noto romanziere del regime iraniano dice al traduttore di Daisy Miller: “ ‘Il suo nome non mio è nuovo – non è lei che ha tradotto Henry Miller’. ‘No, Daisy Miller’. ‘Certo, sì. Di James Joyce, vero?’. ‘No. Di Henry James’. ‘Ma certo, Henry James. E adesso cosa sta facendo di bello il signor James?’. ‘Il morto – è dal 1916 che fa il morto’. “
Gli avvenimenti politici, quelli della guerra con l’Iraq, tante storie personali sono scanditi da un seminario su Nabokov e la Austen che Azar Nafisi tiene nella sua abitazione con cinque ragazze, dalle sue lezioni universitarie su Fitzgerald e James. Perché? Nafisi lascia che sia un suo caro amico, un professore che vive come esiliato in patria, a dare la spiegazione: “Fa’ ciò che i poeti fanno con i loro re filosofi. Non c’è bisogno di creare una fantasia parallela dell’Occidente: da’ alle tue ragazze il meglio di quanto l’altro mondo può offrire: la finzione letteraria – restituisci loro l’immaginazione!”. Che non significa accettazione acritica dell’Occidente e dei suoi valori. Per Nafisi il romanzo è l’espressione sensoriale di un altro mondo, non è la realtà, ma l’epifania della verità. Inoltre “tutte le grandi opere di narrativa (…) hanno in sé il nocciolo di una rivolta”
Azar Nafisi, che aveva studiato da giovane in Inghilterra e negli Stati Uniti, aveva creduto e voluto rientrare in Iran per insegnare letteratura, nel 1997 emigra con la famiglia a Washington. Come lei, alcune delle sue allieve e molti altri iraniani hanno preferito, quando hanno potuto, andarsene dal loro paese.
Termino di leggere il suo libro una mattina grigia, carica di pioggia, ai primi di novembre. Il quotidiano la Repubblica quel giorno titola: “Iran: caccia agli studenti contestatori - I giovani in corteo: ‘Morte al dittatore’. Pestaggi e arresti nella capitale”. E nelle prime righe: “ Decine di persone arrestate, ragazze picchiate, spari, sangue, feriti, elicotteri per disperdere i manifestanti”.
“ I sogni sono orribili canaglie”, ha scritto un amico.
Claudio Mori