lunedì 1 febbraio 2010

Vite in viaggio: emigrazione e memoria

Per tutto il mese di febbraio cento cartelli colorati sulle fiancate degli autobus di Trento raccontano storie di emigrazione e di immigrazione. Per chi è costretto a partire, il dolore e la sofferenza del distacco sono gli stessi: per gli italiani a New York, i siciliani a Bologna, gli albanesi a Brindisi, i marocchini su un gommone diretti non so dove. Vite in viaggio è un’iniziativa dell’associazione Il Gioco degli Specchi. I testi sull’esperienza dei nostri connazionali si mescolano a quelli di scrittori stranieri, e parlano da soli.

Commiato
[...]
Addio!
Salutai ancora una volta così
la mia casa piena di ricordi,
col giardino dei girasoli che ascoltavano malinconici
e accanto al ruscello che scorreva in cortile,
sussurravano la mia partenza le foglie del vecchio platano.
[...]
Senza spazio né cielo, invece
alti muri, stretti l’uno all’altro,
sono ora il mio orizzonte
dove cresce il cemento e l’acciaio
che soffoca il respiro.
Si nasconde a me il vicino,
serrando le porte e le finestre
verso la stanza senza sole.
Mir Djalal Hashemi, inedito


Allora spiegami perchè un ragazzino di 14 anni, solo perchè è nato in Italia, mi ha dato dell'extracomunitario, a me che sono in Italia da ormai trent'anni, lavoro, pago le tasse, che mi sono ingozzato di chili di spaghetti e pizza, mi sono sorbito in questi anni tutti i festival di Sanremo, scioperi, crisi di governo, code, tifato per gli azzurri e per di più ho la cittadinanza italiana, sposato con una italiana con figli italiani?... Forse perchè sono nero?
Kossi Komla – Ebri, Nuovi imbarazzismi, Edizioni Dell'Arco – Marna, Bologna, 2004

Il mattino dopo, quando ci siamo tutti e siamo in migliaia, la nave si muove. Il mare la trascina verso non si sa dove. Non siamo noi ad attraversare il mare. È il mare che si fa attraversare. L'alba è grigia, fredda e ventosa. [...] Ognuno s'è aggrappato a qualcosa per poter affrontare meglio le onde e la pioggia che si confondono sopra di noi. La città alle nostre spalle diventa sempre più piccola, ma davanti a noi non si vede niente.
Ron Kubati, Va e non torna, Besa, Nardò (LE), 2000

...Ma partire così è una cosa seria. È lasciare tutto fino a chissà quando, vivere con la valigia in mano aspettando il momento buono per tornare, paese dopo paese; invecchiare senza radici per poi scoprire che alla fine del viaggio non sei più capace di fermarti, che il momento buono non arriva mai, che il posto che c'era non c'è più.
Milton Fernandez, L'argonauta, Michele Di Salvo Editore, Napoli, 2007

I trentini, i calabresi, i russi, i cileni, i senegalesi, i birmani, i polacchi, i marocchini, i nigeriani, gli albanesi, i cubani, i rumeni, i brasiliani...
in realtà sono
Maria, Salvatore, Bepi, Vania, Carlos, Madiop, Maryla, Omar, Bouchra, Maciej, Mohamad, Natalija, Enogwoma, Ma Khin, Tadigbe, Daniel, Tahar, Maria Stela, Gëzim, Aziz, Xiao, Mikhail, Yadi, Djellabi, Aminata...

C'è un malessere speciale – disse morbida, senza aria di rimprovero – che dopo qualche anno invade chi dall'estero capisce di non poter tornare più, perchè troppo cammino è già stato fatto, troppe cose sono già capitate [...] Ma il posto dove vive non è il suo, non lo sarà mai, e vi resterà esule: 'in der Fremde'. È un male grave, difficile da guarire...
Marisa Fenoglio, Vivere altrove, Sellerio, Palermo, 1999

Fu duro, il mio primo inverno da emigrante. In compenso, fu quell'inverno che finalmente scoprii l'utilità, il senso, la bellezza dei portici [...] Il confronto -il confronto fra l'isola e la città, fra il Nord e il Sud – mi veniva spontaneo. D'accordo, la terrazza ti promette aria libera e vento. Ma il portico ti regala riparo, quando serve, e protezione. Vivevo in un mondo capovolto, questo era il fatto. E, tutto sommato, cos'erano i portici se non terrazze capovolte?
Maria Rosa Cutrufelli, Terrona, Città aperta, Troina (EN), 2004

“Ma voi davvero pensate che è possibile fermare una marea umana di questo tipo? Pensate davvero che riuscirete a frenarci?” L'urlo gli uscì quasi soffocato, un'imprecazione gridata dal fondo dei polmoni [...]era appena stato rimpatriato [...] Era di nuovo qui, a Mbour, nel luogo da cui era partito. Su quella stessa banchina da cui, appena due mesi prima, aveva preso il largo sognando l'Europa..
Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, minimum fax, Roma, 2008

“Se affondiamo non se ne accorgerà nessuno. Noi non esistiamo. Ecco la realtà, Feven..” Restai sconvolta e in preda al panico. Mansour aveva ragione. Fino alla sera prima mi sentivo alla fine del mio lungo viaggio e ora la meta tornava a sembrarmi lontana, irraggiungibile. Eravamo un rottame in mezzo al mare, senza carburante, in balia di quell'immensa distesa d'acqua..
Feven Abreha Tekle con Raffaele Masto, Libera, Sperling &Kupfer, Milano, 2005

Questi adulti erano emigrati tutti da un paesino sulle pendici dell'Etna, e la sera andavo a fare lezione nel loro ritrovo dove avevano ricostituito, in piccolo, un ambiente che gli ricordasse il posto che avevano lasciato [...] cartoline del paese [...] una carta dell'Italia [...] bottiglie di vermut e marsala. Su una credenza anche i mazzi di carte e la radio per ascoltare le partite la domenica.
Giorgio Messori, Nella città del pane e dei postini, Edizioni Diabasis, Reggio Emilia, 2005

“Pà, cos'è la nustalgìa, che la nominate sempre?” ...
“È un dolore...”
“Ma un dolore come?”
“Come si fa a dire, la mè Venturina? .. Per esempio, in Mèrica era il dolore di non vedere mai un monte, [...] di non poter battere il piede contro una pietra, perchè da ogni parte che ti giravi c'era solo palta e sabbia... Allora, appena per caso inciampavi in una pietra vera, ti sentivi dentro intera la memoria dei monti dov'eri nato...Ecco cos'è la nustalgìa....”
Laura Pariani, Quando Dio ballava il tango, Rizzoli, Milano, 2002

I figli dei minatori non scendono in miniera. [...] Non sono stati chiamati in queste terre nere. Vi sono caduti o vi sono nati. Sono una nuova generazione. Hanno chiesto spazio, [...] per radunarsi a sognare gli stessi sogni, strappare da tutte le finestre e da tutte le entrate “proibito agli stranieri” e inventare dignità, pane e sudore alla luce del sole.
Claudio Nereo Pellegrini, Volesse la terra, Cosmo Iannone editore, Isernia, 2005

L'unica cosa che posseggo oggi è una valigia. Non utilizzo la valigia come comune surrogato metaforico della parola “esilio”. La valigia, infatti, è la mia unica realtà. Nemmeno i timbri, che si sono moltiplicati nelle pagine del mio passaporto, mi convincono abbastanza della tangibilità dei miei itinerari. Sì, la valigia è il mio unico punto fermo.
Dubravka Ugrešić, Il museo della resa incondizionata, Bompiani, Milano, 2002

Restammo in mare così a lungo che cominciammo a pensare che non saremmo mai arrivati in America o che, magari, quel posto non esisteva proprio, ma alla fine scorgemmo la terra e giungemmo a New York [...] eravamo tutti sbarcati su un'isola e i capi del posto dissero che Francesco e io dovevamo tornarcene perchè non avevamo soldi abbastanza.
Rocco Corresca, La biografia di un lustrascarpe, in Francesco Durante, Italoamericana, Mondadori, Milano, 2005

Sembra una leggenda.

Per sette anni impossibile rivederti,
dovevamo saltare sette montagne,
violare sette confini.

Sette inverni con gli occhi bagnati,
sette primavere soffocate.
Hajdin Abazi, Folle destino, dismisuratesti, Frosinone, 1995

16...ero il tuo uomo più triste quella sera Trieste
cresciuto con l'amore per l'albicocco
e il volo della cicogna sopra i campi
fuggito dal'Est in primavera
sconfitto
senza una stretta di mano

la partenza di notte
il fischio della nave sotto la nebbia
reggevano la mia speranza inquieta.
Gëzim Hajdari, Stigmate/Vragë, Besa, Nardò (LE), 2002

Dove sono andati? Ogni volta che si ritorna c'è sempre qualche finestra in più che di notte non si accende e la casa dove vivevano voci amiche così nera e spenta fa paura dove sono andati? Allora ti raccontano di paesi lontani studiati a scuola torneranno? Nessuno sa dir nulla e le cornici di pietra delle finestre e quei buchi più neri sembrano aspettare che cosa? Non è facile da dirsi anche se un brivido sale lungo la schiena trapanando il midollo
Leonardo Zanier, Den Wasserspiegel schneiden – Sot il pêl da l' âga, Limmat, Zurigo, 2002

Stagionali

Lasciare
la famiglia
la casa
il frutteto
l'osteria
gli amici
i selciati
un cielo di rondini
gli odori
di una vita

stringere
in una valigia
i vestiti
pieni di bosco
i ricordi
e le fotografie
un pezzo di formaggio
la livella
un salame
la cazzuola
qualche noce
il filo a piombo
e una lacrima strozzata

baciare
la donna
i bambini
ridendo
pieni di paura
di mettersi
a piangere
e poi andare.
Leonardo Zanier, Den Wasserspiegel schneiden – Sot il pêl da l' âga, Limmat, Zurigo, 2002

Oggi non faccio che pensare a mio padre. [...] L'avrei dovuto incontrare lunedì. Lui e mia madre avevano deciso di andare a trovare mio fratello, in Germania, e io li avrei dovuti raggiungere. Sono cinque anni che non li vedo. [...] E poi, ieri sera, mio fratello mi ha detto che il consolato tedesco di Ankara ha negato il visto. Io in Turchia non tornerò più, e loro sono vecchi.
Da La notte della fuga. Storie di rifugiati in Italia, a cura del Centro Astalli, Avagliano editore, Roma, 2005

Se solo sapessero quanta pioggia ho preso io quella notte! Ne sono certo: non rivedrò mai un temporale più forte di quello della notte in cui siamo scappati. Avevo quindici anni, e con mia madre, mio fratello, mia sorella e sua figlia, una bambina di appena due mesi, ci siamo messi in viaggio sotto quell'acqua battente senza sapere neanche dove andare; in quel momento forse non ci importava poi molto; volevamo solo raggiungere un qualsiasi posto che fosse solo il più lontano possibile dalla guerra.
Da La notte della fuga. Storie di rifugiati in Italia, a cura del Centro Astalli, Avagliano editore, Roma, 2005


Altra lingua Sei giunto al paese dei tuoi sogni sorridi non bastano i sorrisi si chiudono le anime e le porte accettando la sfida fai tua la estranea melodia attraversi frontiere conservi la canzone di tua madre per cantarla ai tuoi figli.
Gladys Basagoitia Dazza, in Parole oltre i confini, Fara editore, Santarcangelo di Romagna, 1999

Il fatto che gli italiani non fossero di pelle scura non comportava automaticamente l'equiparazione ai bianchi: erano infatti considerati 'intermedi' tra bianchi e neri, in particolare negli Stati del Sud [degli Stati Uniti] [...] Giunto il flusso di emigranti italiani, terzo incomodo tra i due gruppi, non essendo essi neri, ma non essendo neanche accettati dalla minoranza dei bianchi come persone al loro stesso livello, i bianchi al potere usarono il linciaggio degli italiani alla prima occasione perchè fosse chiara la loro collocazione etnica e sociale.
Patrizia Salvetti, Corda e sapone. Storie di linciaggi degli italiani negli Stati Uniti. Donzelli, Roma, 2003

Giungevano soprattutto a piedi con gli zaini sulle spalle o con le valigie legate con lo spago ed erano costretti a valicare le Alpi di nascosto, di notte e per i passaggi più elevati e pericolosi poiché il caos delle frequenti e contradditorie circolari ministeriali faceva sì che non sempre e ovunque le autorità francesi di frontiera [riservassero loro buona accoglienza].
Sandro Rinauro, Il cammino della speranza. L'emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra. Einaudi, Torino, 2009

Nell’esilio ciò che ci tiene uniti è il filo del telefono. Certe volte le telefonate sono interminabili e dolorose. Per mantenere vivo il rapporto i parenti e gli amici usano raccontarti gli aneddoti, i particolari della vita di ogni giorno, quasi che a condividere la quotidianità dell’esistenza il legame si rinnovi sempre.
Cristina Ubax Ali Farah, Tenere insieme tutti i pezzi, in Allattati dalla lupa, a cura di Armando Gnisci, Sinnos, Roma, 2005

Donald pensa che un uomo senza radici sia una cosa meravigliosa, perché l’assenza di radici permette una libertà completa […] Lui non sa che significa avere il proprio luogo, sapere che quel luogo è solo tuo, ritornarvi o lasciarlo per sempre.
David Albahari, L’esca, Zandonai editore, Rovereto (TN), 2008

1 comments:

  1. SFOLATI NEL VENTO
    …il vento non è un passeggero, è nero,
    è un cacciatore di ore al panico…
    CON TACITA INTESA ATTRACCHIAMO IN UNA SUA AMICIZIA
    E STIAMO INTENTI ALLA VITA CHE CI CONCEDIAMO,
    STIAMO INTENTI ALLA NATURA CHE DISUNIAMO
    PERCHÈ
    IL VENTO SOFFIA CON LA STESSA FURIA DEI SOFFI IMPETUOSI DELLA NOSTRA PENA-

    Il vento è nero
    A lui e con lui il mio cuore in mano.

    Per fido e nel filo lo vedo in faccia
    Per segno
    Lo seguo nella casa di un uomo in balìa del suo fuoco.

    Una via di uscita
    Per trovare
    Il gomitolo del mondo
    Le tracce umane del vento.

    Il vento è nero
    Vento è tormento.

    Ogni cosa cresciuta nel vento
    È un pezzo unico indifendibile
    E soffiando
    Contro il gabbiano gli annodo il cielo:
    “Non ti allontano via
    Perché riconosco il tuo eroismo”.
    Proprio come fece con me
    Quel vecchio signore del vento
    Dai capelli arguti e di argento
    E gli occhi più sconfinanti del mare.

    Il vento è nero
    Vento è movimento.

    Correndo più di un fulmine
    Striscia ai confini della città
    Borda sulla porta d’ingresso
    con sciroppo, scirocco e un sciocco agguato di foglie
    Balza
    E senza un briciolo di ironia
    Senza volto della volontà…
    Portaci via.

    Il vento è nero
    Il vento è in sopravvento…
    Il vento è mondo
    Accartocciato e scontento.


    ©2010 Maurizio Spagna
    e il giro del mondo poetico-
    www.ilrotoversi.com

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