Ecco un’immagine collettiva. Nel marzo di quell’anno ci fu una serie di inutili manifestazioni e noi…ci ritrovammo pigiati come sardine in un ingorgo nel centro cittadino, illuminati dai lampioni gialli della zona pedonale. Che cretini e che ridicoli! Urlavamo, protestavamo, eravamo arrabbiatissimi ma nel conteggio finale furono più gli autogol. Ecco cosa ci capitò un paio di mesi dopo. Già nell’autunno alcuni di noi si affacciavano superbamente dagli annunci mortuari incollati di traverso sui pali del telegrafo, altri facevano lunghe terapie in ospedale, qualcuno scriveva cartoline dall’estero e qualcuno le riceveva con gioia infantile…Allora mi chiedo che cosa era servito sprecare il tempo per strada se poi avevamo permesso che ci succedesse tutto questo?
La guerra ha inizio già nell’estate, l’io narrante, alter ego senza nome dello scrittore, ogni sera fa zapping con il telecomando fra scene di bombardamenti, morte e distruzione. Vive insieme alla sua compagna, Angela, da cui aspetta un bambino. Ha il terrore di ricevere la cartolina di leva, come tanti suoi compagni, che per questo hanno abbandonato il loro paese. Ma lui ed Angela sono decisi a restare. Gli scarni messaggi che ricevono dagli amici lasciano trasparire gli stenti e le difficoltà di ricominciare in un paese straniero. E lui ci racconta i mesi che lo avvicinano a essere padre – mesi in cui il conflitto deflagra- presentandoci uno strano assortimento di personaggi improbabili, spassosi e tragici insieme. Angela, tostissima spacciatrice; Lazar, il fratello, membro degli Hare Krishna, coscritto e subito ucciso al fronte, Dajan, batterista di un gruppo punk, che perderà un braccio. E tanti amici scomparsi per overdose oppure in esilio all’estero. Quale futuro attende il bimbo che nascerà? Angela, con grande sofferenza, esce dalla droga ai primi segni di gravidanza: prevale la speranza, o forse l’amore.
La città di svuota e la coppia si richiude in sé stessa. Alla vigilia del parto i due si stringono sotto il piumone arancione, al riparo di tutto…
Sopra di noi si materializzò una specie di tramonto psichedelico, e una massa densa, pastosa ci ricoprì. Ci sentivamo come sottocoperta in una nave… …Sorrisi nel sonno che non riusciva a dividerci, perché Angela e io non ci eravamo mai capiti come in quel momento…Forse eravamo sottocoperta, forse non ne saremmo mai usciti, ma quella notte non importava. Ridemmo insieme una gran risata, ma so che stavamo dormendo.
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