mercoledì 26 maggio 2010

Le molte facce di Teheran


Qualunque sia il nostro giudizio su Leggere Lolita a Teheran (un libro che ha scatenato grandi entusiasmi ma anche critiche accese su panchine) è indubbio che  Azar Nafisi ha il merito di averci fatto conoscere le ripercussioni della rivoluzione khomeinista sulla società civile  iraniana – soprattutto le donne -  quando, sette anni fa, l'opinione pubblica occidentale era ancora per lo più disattenta riguardo alle tristi vicende dell'Iran. Nafisi si è trasferita definitivamente negli USA nel 1996 e la Teheran che ci descrive è quella dei terribili anni successivi alla rivoluzione del 1979.  Una città in cui, secondo il suo racconto,  gli intellettuali assistevano impotenti e isolati, chiusi nelle proprie case, a un regime che progressivamente portava indietro di due secoli l'orologio della storia. Ma è questa la stessa faccia di Teheran oggi? La Teheran, per intenderci, che è scesa in piazza più volte e in massa per protestare contro il regime di Khamenei e Ahmadinejad?
Silvia Camilotti ha da poco recensito per il sito del Gioco degli specchi due libri  da cui emergono visioni dell’Iran che, pur riconoscendo le indubbie deviazioni del regime sul piano dei diritti civili, restano  legate alle radici culturali e religiose del Paese anziché  seguire il modello  occidentale come unica via di fuga. La casa della moschea di Kader Abdolah esprime il fortissimo attaccamento di un esule iraniano per l’Islam e la storia del proprio Paese. Il saggio Figlie di Shahrazàd. Scrittrici iraniane dal XIX secolo ad oggi di Anna Vanzan presenta una  vivacità della vita artistica e culturale iraniana contemporanea in contrasto con il quadro a tinte fosche dipinto da Nafisi.
Recentemente ho visto il film Gatti Persiani che mi ha rivelato una Teheran che non immaginavo, una Los Angeles medio-orientale, dominata dai contrasti  generati dallo stesso regime: da una parte una forte spinta modernizzatrice, evidente sul piano tecnologico e urbanistico, dall’altra la soppressione di fatto dello stato di diritto, come ci ricorda il tragico epilogo del film.  In questa Teheran, i giovani, compongono  musica indi e heavy metal (peraltro vietate in pubblico), ma non hanno abbandonato i canti e le danze tradizionali. E soprattutto la società civile non sembra muoversi nell'atmosfera asfittica dipinta da Nafisi.
Chi ha  visitato Teheran e l'Iran negli ultimi anni  mi conferma questa sensazione. C'è da sperare allora di essere alle soglie di un' apertura democratica?  Vanna Vannuccini è stata a Teheran in questi giorni, uno dei pochi giornalisti occidentali ammessi a meno di un anno dalle contestata riconferma di Ahmadinejad. Anche il suo reportage ci presenta una città double face, in cui si inaugurano mostre e presentano libri  - previa autorizzazione governativa - mentre dietro le quinte continua il terrore di arresti indiscriminati, intimidazioni, processi sommari ed esecuzioni. La sua conclusione purtroppo non lascia spazio all'ottimismo:
Siamo invitati a una lettura di poesie. Ogni mercoledì, per un anno, si leggono le opere di un poeta. Quest'anno il poeta è Saadi e la lettura di oggi è Golestan, una composizione di storie in prosa e di massime. La storia numero 6 parla di un re che era diventato così tirannico che i sudditi abbandonavano il paese e sceglievano l'esilio pur di non sottostare alla sua violenza. Un giorno a corte si leggeva lo Shahnameh di Ferdosi e il vizir chiese al re: "Com'è che Feridun, che non possiede né tesori né terre, s'impossessa del trono?" "Non hai sentito?" risponde il re. "Perché il popolo con tanto entusiasmo lo sostiene". E il vizir: "Se il sostegno del popolo è la base della sovranità perché tu fai disperdere il tuo? Forse non vuoi più essere re?". Scrive Saadi: Un tiranno non può essere re/ come un lupo non può essere pastore./ Un re che opprime il popolo/distrugge le basi del proprio regno. Applausi in sala. Nove secoli dopo, le massime di Saadi sono ancora vere. Così non può durare, dicono tutti. Ma fino a quando durerà, nessuno lo può dire. Forse settimane. Oppure anni. (Repubblica, 13 maggio 2010)

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