lunedì 27 settembre 2010

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2010

Un paese del sud negli anni ’50 fa da sfondo all’Accabadora di Michela Murgia.
Se ci sentiamo subito immersi in quella atmosfera è per via di una lingua che si mimetizza con i pensieri della gente, fa economia di parole ma abbonda di senso. Così torniamo a un mondo in bianco e nero fatto di figure austere su strade disadorne e di destini già scritti in partenza.
La storia comincia da una bambina di troppo nata a una donna che non ha da dargli né cibo né affetto.
Zia Bonaria se ne accorge e la prende con se come ficus de anima.
La crescerà, la farà sua erede chiedendole in cambio la presenza e la cura quando sarà lei ad averne bisogno. Così Maria, abituata a sei anni a non avere uno sguardo, diventa finalmente figlia e trova il suo posto nel mondo.
Da Bonaria, che è sarta e sa bene prendere le misure alla gente, impara a vivere.
Eppure Maria, già adolescente, nonostante i molti pomeriggi passati con lei a fare le asole , non sa della madre adottiva quanto gli altri. Scoprirà che è lei l’accabadora, colei che aiuta la morte a venire, quando la vita non può più restare. Dovrà però crescere per accettare che la sua gente riconosca a quel gesto una valenza pietosa.
Il racconto di Michela Murgia ritrova nelle nostre tradizioni la centralità dell’umana determinazione che vince i vincoli di una maternità naturale e consente di non restare intrappolati tra vita e morte. Tocca così con levità temi controversi e fa dell’accabadora una grande figura di donna del sud .
Il romanzo è valso, alla giovane scrittrice sarda, il Premio Campiello.

Francesca

1 comments:

  1. L'ho letto solo in questi giorni, a due anni dalla pubblicazione. E' un libro molto bello, suggestivo e poetico. Un'atmosfera surreale e senza tempo, una Sardegna dura che nasconde sentimenti forti e primordiali dietro il rigore della tradizione.

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