Titolo originale : Cet Amour là, 1999
Mi è capitato in mano fortunosamente rovistando tra le bancherelle di libri lungo la Senna e ha atteso mesi prima di essere letto. Ma una volta preso in mano,Cet amour-là di Yann Andrea Steiner mi ha fatto balenare in testa più di una suggestione . L’autore racconta in prima persona della relazione che l’ha unito a Marguerite Duras dall’estate dell’80 alla morte di lei nel ’96. Neanche trentenne rimase folgorato dai libri della scrittrice, le scrisse per anni e infine l’andò a trovare e restò con lei, ormai più che sessantenne e sola, fino alla morte.
Lei generava parole potenti nella loro semplicità trasfigurando pezzi di memoria ; lui batteva a macchina i testi, li leggeva per primo, o semplicemente l’ascoltava. Duras dedicò a Yann il film Homme Atlantique e un libro che porta il suo nome.
Nella camera della scrittura entrambi partecipano dell’incanto di una frase nascente, di un libro che nei giorni prendeva corpo.
Quando negli anni ’80 leggevamo L’Amante o Aghata o La pioggia d’estate, Yann era là e con la scrittrice francese allora tra le più lette non solo in Francia condivideva la fatica e il riposo, il giorno e la notte.
Erano l’uno per l’altro il preferito, la preferita in una sorta di confortante esclusività segnata anche da litigi furibondi e innaffiata sempre di vino rosso.
Gli echi di questa storia insolita, d’amore e di dipendenza reciproca, allora stupirono molti.
Yann Andrea ne rivela la necessità per l’uno e per l’altro,l’alchimia di dedizione e di accettazione , l’allegria e la precarietà. Questo testo fatto di frasi brevi ed evocative che tornano come i ricordi fa pensare a quanto le convenzioni sociali e un immaginario collettivo fin troppo ingombro vincolino i rapporti tra uomo e donna e ricorda invece che nell’incontro tra individui anche in fasi diverse della vita può esserci molto da scambiare. Cet amour-là è anche la storia della gestazione di una personalità formata nel pieno della presenza dell’altro e nel vuoto dell’assenza, nel lasciarsi cadere e nel riprendersi . E parla infine , in modo sorprendentemente intimo, della morte che deve venire dopo essersi annunciata ma lascia ancora fiato alla vita.
Francesca Maschietto
giovedì 30 dicembre 2010
domenica 26 dicembre 2010
Jonathan Franzen, Libertà, Einaudi, 2011
Titolo originale : Freedom , 2010
Pubblicato ad agosto negli Stati Uniti, la tanto attesa seconda grande opera di Jonathan Franzen sta per arrivare in traduzione italiana, con il titolo Libertà, edito da Einaudi. Il romanzo, che è stato acclamato dal New York Times come “capolavoro della fiction americana”, in realtà non ha lasciato unanimemente soddisfatta la critica anglosassone quanto Le Correzioni , il libro che nel 2001 ha reso Franzen famoso in tutto il mondo.
Anch’io purtroppo mi associo ai delusi. Non voglio, né sono in grado, di cimentarmi con un’analisi comparata dei due lavori, ma questo libro, così sospettosamente simile a Le Correzioni per lunghezza (562 pagine nell’edizione paperback originale rispetto a 568 del romanzo precedente) e per tematica (una famiglia della media borghesia americana, questa volta nell’era di Bush Jr) soffre probabilmente dello sforzo di ripetere un successo editoriale straordinario. Alcuni importanti ingredienti ci sono sempre : scrittura fluida , grandi capacità di introspezione psicologica, senso dell’umorismo unito a una buona dose di cinismo. Ma anche se non mancano i momenti in cui ritroviamo le affascinanti intuizioni del Franzen di un tempo, nel suo complesso il racconto non convince.
Al centro c’è la lunga storia matrimoniale di Patty e Walter Berglund, rappresentanti della generazione di Franzen (anni Cinquanta) : lui un self made man divenuto legale d’impresa e successivamente esperto di protezione ambientale; lei, figlia frustrata di una famiglia benestante newyorkese, ex campionessa di basket, poi desperate housewife in una cittadina del Minnesota. A fianco della coppia, Franzen introduce innumerevoli altri personaggi di cui lo scrittore stenta a tenere le fila: alcuni, dopo qualche interessante pennellata, finiscono su un binario morto – è il caso ad esempio di Eliza, l’inquietante compagna di università di Patty, sua unica amica; altri, come Jessica, la figlia della coppia , spuntano qua e là senza che Franzen dia loro un vero ruolo; altri ancora , come la giovane Lalitha, vengono improvvisamente liquidati, quasi che l’autore volesse liberarsi del problema di risolvere la loro presenza. Del resto questo comportamento accomuna Franzen ai suoi personaggi, che tendenzialmente, e il titolo del romanzo ce lo ricorda, scappano dalle difficoltà anziché affrontarle.
La mia delusione è stata tanto più cocente se si considera che le prime 28 pagine – un prologo che introduce Patty, Walter e figli, fotografandoli a metà della loro storia - sono scritte in uno stato di grazia, così ben sviluppate e intriganti da creare grandi aspettative
…D’altronde, c’è sempre stato qualcosa di non completamente normale nei Berglund (p.1 )
…la cosa strana di Patty, considerando il suo attaccamento per la famiglia, era che non lasciava trasparire alcun legame con le proprie radici (p.5)
…Connie non aveva alcuna nozione di completezza: era tutta profondità senza estensione. Quando colorava si perdeva a riempire uno o due spazi con il pennarello, lasciando il resto vuoto e ignorando le allegre esortazioni di Patty di provare con altri colori (p.11- la traduzione dei brani è mia)
Purtroppo gli sviluppi che questi passaggi lasciano presagire si rivelano di una banalità straordinaria. La cosa più anormale dei Berglund è che da una coppia liberal e Democratica nell’era di Bush jr sia nato un giovane Repubblicano doc: Joey, il figliol prodigo, la cui storia , inverosimile da diversi punti di vista, si affianca a quella di Walter e Patty. Il matrimonio dei genitori invece procede su binari assolutamente prevedibili, quasi da sit-com su Sky. Nato su presupposti incerti, va progressivamente a rotoli per motivi abbastanza ovvii. Patty è da sempre innamorata di Richard, un rocchettaro sexy à la Springsteen , donnaiolo, fuori degli schemi, miglior amico del bravo, ma insipido Walter. Quando – purtroppo molto tardi per lui e per noi - Walter scopre forzatamente l’infedeltà di Patty, si mette con la propria giovane assistente indiana, super-efficiente oltre che ambientalista invasata come il suo capo.
E già perché, anche se gli echi delle nefandezze di Bush jr restano solo sullo sfondo, Franzen non ci risparmia le tirate sociali ed ecologiste : lunghi sermoni sulla necessità di proteggere l’ambiente e controllare le nascite, che strizzano l’occhio al sogno obamiano di Green Economy . E il gioco può dirsi riuscito se, come risulta dai media, Obama ad agosto si è portato in vacanza una delle prime copie di Freedom. Ma poi, gli sarà piaciuto, o no?
N.d.R: il post è stato pubblicato prima dell'uscita, a marzo 2011, del romanzo nella versione italiana.
N.d.R: il post è stato pubblicato prima dell'uscita, a marzo 2011, del romanzo nella versione italiana.
martedì 21 dicembre 2010
Javier Marias, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi 2005
Ancora su Javier Marias .Domani nella battaglia pensa a me parte da un appuntamento galante che si trasforma in una scena di morte . Cogliamo quasi in presa diretta l’incantamento del protagonista per la sorprendente intimità sperimentata con la donna da poco conosciuta, appena baciata e spirata tra le sue braccia per un improvviso malore. Lo seguiamo mentre prima si allontana e poi torna ad avvicinarsi al luogo dell’accadimento .Per cerchi concentrici lambirà chi faceva parte delle vita di lei, entrerà in contatto con il padre, la sorella , il marito. Il racconto di quest’ultimo, come in un giallo, svelerà un sinistro parallelo alla vicenda.
E’ l’illusione tuttavia il nucleo pregnante del libro di Javier Marias in tanti risvolti cangianti. Ciascuno tende a vedere la sua situazione sotto una certa luce, crede di fare una parte e invece ne fa anche un’altra, i fatti si trasformano tra le mani come per un giro di carte. Ognuno ancora appare altro da sé o lascia pensare qualcosa distante dal vero; i nomi possono essere scambiati e le identità, momentaneamente sovrapposte , sfumano una nell’altra.
Dopo averlo seguito in un terreno tanto sdrucciolevole, essere ingannati pare, più che eccezione, condizione naturale, quasi inevitabile, in qualche modo connaturata agli scambi umani.
La letteratura di Marias ci consente di indulgere in ciò di cui altrimenti non si parlerebbe.
Approfitta della finzione per far spazio a dimensioni del reale che altrimenti verrebbero trascurate, tesi come siamo a riferire le realizzazioni e non i tentennamenti, ciò che si conclude anziché ciò che lasciamo interrotto. Gli episodi paiono capitare senza una vera motivazione ma acquistano senso e coerenza via via che il racconto procede.
Attraverso la registrazione di azioni minute, osservazioni fatte con la coda dell’occhio , pensieri trasversali , associazioni apparentemente incongruenti, le pagine acquistano la vivida concretezza della vita.
Francesca
E’ l’illusione tuttavia il nucleo pregnante del libro di Javier Marias in tanti risvolti cangianti. Ciascuno tende a vedere la sua situazione sotto una certa luce, crede di fare una parte e invece ne fa anche un’altra, i fatti si trasformano tra le mani come per un giro di carte. Ognuno ancora appare altro da sé o lascia pensare qualcosa distante dal vero; i nomi possono essere scambiati e le identità, momentaneamente sovrapposte , sfumano una nell’altra.
Dopo averlo seguito in un terreno tanto sdrucciolevole, essere ingannati pare, più che eccezione, condizione naturale, quasi inevitabile, in qualche modo connaturata agli scambi umani.
La letteratura di Marias ci consente di indulgere in ciò di cui altrimenti non si parlerebbe.
Approfitta della finzione per far spazio a dimensioni del reale che altrimenti verrebbero trascurate, tesi come siamo a riferire le realizzazioni e non i tentennamenti, ciò che si conclude anziché ciò che lasciamo interrotto. Gli episodi paiono capitare senza una vera motivazione ma acquistano senso e coerenza via via che il racconto procede.
Attraverso la registrazione di azioni minute, osservazioni fatte con la coda dell’occhio , pensieri trasversali , associazioni apparentemente incongruenti, le pagine acquistano la vivida concretezza della vita.
Francesca
giovedì 16 dicembre 2010
Alice Pung, Gemma impura, Mobydick, 2010
Titolo originale: Unpolished gem, 2006. Traduzione e cura di Adele D'Arcangelo
Il romanzo d'esordio di Alice Pung (nella foto), giovane scrittrice australiana figlia di genitori cino-cambogiani permette al lettore - fortunatamente ora anche italiano, grazie alla preziosa traduzione di Adele D'Arcangelo - di entrare nella vita di una ragazza di seconda generazione che, come molti nella sua condizione, si ritrova a mediare tra la prospettiva interna della famiglia e quella esterna della società. L'ambientazione è australiana, ma senza troppe forzature potrebbe essere italiana, francese, tedesca o inglese, in quanto rappresentativa della condizione delle seconde generazioni in molti paesi d'immigrazione. Alice Pung descrive la sua storia e quella della sua famiglia, prima e dopo la migrazione in Australia, con una attenzione particolare al punto di vista delle donne, che a partire dalla nonna molto hanno contribuito alla sua crescita e formazione. Alla morte della amata nonna, Alice scrive: "Adesso non c'era più nessuno a rammentarmi delle mie radici, a dirmi che dovevo essere fiera di appartenere a una cultura millenaria, a raccontarmi che ero d'oro e non gialla" (180), frase esemplificativa non solo del ruolo che la donna ha avuto per la nipote ma anche del suo invito a non prendere le distanze dalle origini.
Gemma impura rientra a tutti gli effetti nella tradizione del memoir, genere praticato sin dagli inizi del Novecento da donne immigrate e dalle loro figlie e nipoti e eletto come occasione per raccontarsi e raccontare, anche talvolta puntando il dito contro le contraddizioni della società di arrivo. Non è quest'ultimo il caso di Alice Pung, che non sembra porsi l'obiettivo di avanzare precise istanze ma di raccontare una storia personale e familiare che consente al lettore di entrare nella prospettiva dei migranti e dei loro figli, categoria sempre più in espansione nella nostra contemporaneità e che dunque merita grande attenzione, anche da un punto di vista letterario.
Un romanzo che ha il pregio di descrivere una vicenda comune a milioni di persone, pur nelle peculiarità di ciascun caso, con un tocco di ironia che sfocia anche nella comicità e che rende la lettura molto godibile e scorrevole. La presenza dell'elemento comico-ironico, comune anche alla produzione di scrittrici italiane figlie di immigrati (si pensi a Ingy Mubiay e Gabriella Kuruvilla o anche al cino-italiano Zhu Qifeng che nel suo racconto "Matrimonio" nell'antologia Amori bicolori edita da Laterza descrive ironicamente le difficoltà che la famiglia cinese pone al figlio alla notizia della sua volontà di sposarsi con una italiana - situazione affine ai problemi che si pone Alice quando conosce e si innamora di un ragazzo australiano) è costante nel testo, con picchi a partire dalla quinta parte, dopo il superamento della crisi esistenziale della protagonista; tale scelta stilistica permette non solo di acquisire, con il sorriso, consapevolezza e empatia nei confronti di molte famiglie immigrate, ma anche di sdrammatizzare situazioni terribili, quali le morti, i conflitti e i campi di sterminio dei Khmer rossi in Cambogia da cui i genitori e la nonna paterna di Alice riescono a fuggire, ottenendo asilo in Australia. La parabola è quella della ricerca di un nuovo inizio, con tutti i sacrifici che questo implica: le fatiche del lavoro dei genitori, le ambizioni nei confronti della figlia che deve studiare e realizzarsi e che sente il peso di tale responsabilità al punto di andare anche in crisi, per poi risalire.
Gemma impura, che sin dal titolo esprime la sensazione che una giovane figlia di immigrati può vivere - quella di non sentirsi "una cosa sola", di non avere una appartenenza netta - si articola in cinque capitoli, un prologo e un (felice) epilogo, in cui la giovane comprende che in fondo, non essere pura, non avere una unica e fissa identità, non è necessariamente un male: al contrario, Alice impara che vivere tra più appartenenze e culture, sebbene faticoso, possa rivelarsi arricchente per sé e per chi le vive accanto.
Nonostante il taglio autobiografico, gli eventi non sempre rispecchiano l'ordine lineare della cronologia, ma molti capitoli sono flash back che dipingono situazioni passate, prima di emigrare, e che contribuiscono a fornire un quadro completo delle motivazioni che hanno spinto questa famiglia, come molte altre, a lasciare la loro terra.
L'immagine di un'Australia dorata e pronta a tendere la mano agli immigrati predomina nelle pagine iniziali del testo, causando talvolta illusioni amaramente infrante. Lo si nota in un passaggio del romanzo, quando Alice scrive: "Sono così fiduciose, queste donne del Sud-est asiatico, da credere che poiché gli vengono garantiti un nuovo appartamento e una nuova vita, e poiché il governo si prende così palesemente cura di loro, gli australiani siano tutti uguali"(30), immagine smentita dall'episodio successivo, in cui un nativo non sembra apprezzare la presenza di una di queste donne. Tuttavia non è questa la cifra del romanzo, che, come anticipato, non vuole essere una critica alla società australiana (che ha rappresentato davvero un'occasione di salvezza e miglioramento della propria condizione per la famiglia di Alice), anche se il passo citato svela la consapevolezza, mitigata dall'ironia, che l'autrice-protagonista matura nella sua esperienza di vita.
Un ultimo riferimento va alla lingua del romanzo, che, anche nella traduzione italiana, non perde in vividezza e brio, con un pizzico di ironia quando ripropone qualche frase tipica dell'italiano parlato dai cinesi in cui la consonante "r" viene sostituita dalla "l". La questione linguistica è anche tematizzata nel testo, soprattutto quando la madre di Alice va in crisi a causa della sua scarsa competenza linguistica o chiede alla figlia di fare da interprete, situazione anche questa presente in molte famiglie di migranti in cui i figli si fanno mediatori dei genitori.
Gemma impura ha il merito di raccontare con grande empatia e vivacità una storia che nell'oggi appartiene a molti, con tutte le sfumature, i problemi, le difficoltà e le soddisfazioni che le esperienze di migrazione possono produrre.
martedì 14 dicembre 2010
Mariusz Szczygiel, Gottland, Nottetempo, 2009
Titolo originale: Gottland, 2006
Ho scoperto il polacco Mariusz Szczygiel (nella foto) attraverso il racconto La donna che spiava se stessa pubblicato in primavera da Repubblica. Già in quella prima lettura sono rimasta colpita dalla sua capacità di narrare con uno stile giornalistico essenziale e sintetico, condito di ironia, affascinanti micro-storie di personaggi ordinari coinvolti – e spesso stravolti- dalla straordinarietà della Storia. Il tutto all’insegna della verità, della memoria e dell’anti-retorica.
Per Gottland l’anno scorso il giornalista di Gazeta Wyborcza è stato insignito dello European Book Prize . Quest’anno, pochi giorni fa, il premio è stato assegnato a Roberto Saviano, per La bellezza e l’inferno.
I due scrittori, stilisticamente lontani fra loro, hanno in comune un modo molto particolare di fare giornalismo, un giornalismo strettamente ancorato alla verità dei fatti e della storia, che però si colloca a cavallo fra reportage e racconto.
In un’intervista a La stampa, Szczygiel delinea questo approccio: «Quando cerco notizie mi sento un detective della memoria delle persone. Quando scrivo sono un reporter perché è solo la verità che racconto o, per lo meno,così come la vedono i miei testimoni. Ma sono anche un po’ scrittore: senza aver inventato niente, tutti i miei reportage sono racconti»
In Gottland Szczygiel scandaglia la travagliata storia recente della Cecoslovacchia, che, come la Polonia, è passata quasi senza soluzione di continuità dall’occupazione nazista (1938-1945) al controllo dell’Unione Sovietica (1948- 1989). Con l’eccezione del primo capitolo, che ripercorre la peculiarità del capitalismo paternalistico dei Bata, la grande dinastia di imprenditori della scarpa, che durante il regime comunista emigrarono in Brasile, l’attenzione di Szczygiel si concentra sugli artisti e gli intellettuali che restarono nel loro Paese ed affrontarono , loro malgrado e ognuno a modo suo, l’imposizione di regimi “esterni” spietatamente illiberali, quello nazista prima, quello comunista poi. Alcuni, come l’attrice Lida Baarova, grazie a fascino e bellezza riuscirono a veleggiare egregiamente attraverso il nazismo (la Baarova fu l’amante di Goebbels) e, successivamente, mitigare le accuse di collaborazionismo con i tedeschi, continuando a lavorare con successo nel cinema. Altri come lo scrittore Jan Prochazka e la cantante Marta Kubisova, che portò le canzoni di Dylan e Aretha Franklin in Cecoslovaccha, videro crollare il loro iniziale successo professionale di fronte alla "macchina del fango" (direbbe Saviano) messa in moto dal regime comunista per screditarli, isolarli e ridurli a lavori degradanti.
Marta Kubisova…trovò un lavoro rilassante.Con un ferro riscaldato munito di un’apposita lama…ritagliava delle figurine in PVC…La figlia di Jan Prochazka, Lenka, per dieci anni, fece le pulizie in un teatro..il cardinale Miroslav Vlk lavò vetrine dei negozi per otto anni.Il filosofo Jiri Nemec fece il guardiano di notte per cinque anni. Lo scrittore Karel Pecka lavorò nelle fognature urbane per sei anni. Il critico Milan Jungmann pulì finestre per dieci anni…Eva Kriseova, la giornalista finita sull’indice degli autori interdetti, ottenne il posto di bibliotecaria soltanto grazie a conoscenze importanti. Lavorava sola in una stanza, perché nessuno si trovasse costretto a rivolgerle la parola. Al pomeriggio andava in un ospedale psichiatrico per scambiare qualche parola con i malati.
Non c’è spazio per il sentimentalismo nel giornalismo di Szczygiel e non c’è indignazione quando racconta dei tanti che scesero a patti con il Potere.
Il cinegiornale. Una giornalista appostata sotto il colle di Letna domanda a un passante di mezza età cosa significa al giorno d’oggi (1956 Ndr) l’eroismo. “Un tempo i coraggiosi andavano in guerra”, la giornalista offre all’uomo uno spunto e gli avvicina il microfono alla bocca. L’operaio Josef Kral rilfette un momento. “L’eroismo dei nostri tempi è fare ciò che ci viene chiesto e che ci viene imposto” risponde candidamente.
Pochissimi degli intellettuali cechi di maggiore successo ebbero, come la Kubisova, il coraggio di firmare la Charta 77, il manifesto di Vaclav Havel (futuro presidente della Repubblica Ceca libera e indipendente) in difesa di coloro che erano stati privati del proprio lavoro dalle autorità comuniste. Molti di più furono coloro che, come Karel Gott, il Pavarotti cecoslovacco cui si ispira il titolo del libro, firmarono l’Anticharta, per ripudiare i dissidenti senza neanche conoscere i contenuti del documento di Havel.E così poterono continuare a mietere successi, anche dopo la fine del comunismo, senza incontrare la disapprovazione di un’opinione pubblica decisa a buttarsi alle spalle le orribili esperienze del passato.
Anche se Szczygiel non giudica, scrive perché tutto questo non vada dimenticato. Perché non tutta la memoria, con il passare del tempo, con la libertà, la democrazia e un relativo benessere, sparisca nell’indifferenza della società ceca contemporanea (e di quella europea in generale). Quella stessa indifferenza e assenza di valori per denunciare le quali nel 2003 un adolescente, Zdenek Adamec, cui Szczygiel dedica la conclusione del suo libro, sarà spinto dal disagio a emulare Jan Palach, la “torcia numero uno” del 1969, dandosi fuoco, come Palach, sulle scalinate del Museo Nazionale di Praga. Ma, a differenza che nel 1969, questo gesto “eroico”, per quanto insensato, non è certo sufficiente a risvegliare le anestetizzate coscienze degli anni 2000
“Questa cerimonia è in memoria di Zdenek di Humpolec, vero?” “Ma quale Zdenek?” non capisce il poliziotto. “Stanno girando un film sulla vita di Hitler. Lo realizzano i canadesi”. “Ma se là in mezzo era pieno di fiori e di candele. Cosa ne hanno fatto? Spento? Hanno portato via tutto?! “…”Nessuno ha spento niente” spiega pazientemente il poliziotto. “Ecco le vede lì le candele? Dietro la loro macchina? Per non rischiare che vengano inquadrate le hanno riparate così. Guardi che un contratto è un contratto. Le riprese non si possono annullare come nulla fosse. Un film, caro mio, è un affare serio. Un film, lo si deve girare”.
domenica 5 dicembre 2010
Oliver Sacks, Musicofilia, Adelphi, 2010
Titolo originale: Musicophilia, 2007
Non so voi, ma quando mi sento un po’ depressa, basta che ascolti un brano musicale fra i miei preferiti per tirarmi su istantaneamente. E in palestra non c’è migliore aiuto allo sforzo fisico del ritmo di una canzone. Oliver Sacks, neurologo e scrittore inglese , ci svela il mistero del potere della musica sulle nostre menti. E lo fa, come al solito, in maniera affascinante, non pedante, illustrando diversi casi di neuropatia in cui la musica compie il miracolo di riportare i pazienti alla normalità, magari solo per la durata di una sinfonia. Tuttavia quel tanto da alleviare esistenze altrimenti private di ogni barlume di serenità.
Non so voi, ma quando mi sento un po’ depressa, basta che ascolti un brano musicale fra i miei preferiti per tirarmi su istantaneamente. E in palestra non c’è migliore aiuto allo sforzo fisico del ritmo di una canzone. Oliver Sacks, neurologo e scrittore inglese , ci svela il mistero del potere della musica sulle nostre menti. E lo fa, come al solito, in maniera affascinante, non pedante, illustrando diversi casi di neuropatia in cui la musica compie il miracolo di riportare i pazienti alla normalità, magari solo per la durata di una sinfonia. Tuttavia quel tanto da alleviare esistenze altrimenti private di ogni barlume di serenità.
La grande dote di Sacks, già rivelata nei suoi precedenti libri, è la sincera empatia con i malati, qualcosa di molto più generoso della semplice compassione. In Musicofilia l’umanità di Sacks, così lontana dal distacco scientifico, è resa ancora più percepibile dalla sua passione per la musica e dalla sua esperienza di pianista, seppure dilettante. Tant’è vero che l’autore stesso ci narra alcune sue esperienze personali, come le allucinazioni musicali che l’hanno temporaneamente colpito dopo il trauma per la morte della madre.
Allo stesso modo, Sacks racconta la storia di chi, colpito da un fulmine, è rinato alla vita con una passione per la musica e capacità musicali precedentemente sconosciute; di musicisti che, persa la memoria o la capacità di parlare, riescono a sfondare la barriera che li separa dal resto del mondo grazie alla musica che non muore mai nella loro mente; di bambini affetti dalla sindrome di Williams la cui attrazione per la musica è una ragione di vita e di amore per gli altri.
Leggendo Musicofilia si direbbe che la musica è una specie di ruota di scorta che l’individuo , indipendentemente dalle proprie capacità musicali, può attivare per comunicare quando il corpo e la mente non parrebbero più consentirlo. E alla musica la medicina può ricorrere per alleviare i danni di molte patologie neurologiche come, ad esempio, il Parkinson, l’autismo, la schizofrenia, l'Alzheimer. La musica, come il farmaco L-dopa di Risvegli, aprendo un canale di comunicazione quando tutti gli altri si sono chiusi, può compiere il miracolo di risvegliare la capacità di stare con gli altri e tornare nel consesso dei viventi.
Le aree del cervello interessate dalla risposta emotiva alla musica sono molteplici… cosicchè anche in patologie che colpiscono diffusamente la corteccia cerebrale come l’Alzheimer, la musica può essere ancora percepita, goduta e sollecitare una reazione. Non occorre una conoscenza formale della musica – né avere particolari doti musicali – per apprezzare la musica ….La musica fa parte della nostra essenza umana e non esiste cultura in cui non sia molto sviluppata e rispettata. La sua stessa ubiquità ce la può rendere un fatto scontato nella vita quotidiana: accendiamo la radio, la spegniamo, canticchiamo una canzone, battiamo il ritmo con il piede, ritroviamo nella nostra mente le parole di una vecchia canzone, e non ci facciamo caso. Ma per chi si è perso nella demenza, la situazione è diversa. Per loro la musica non è un lusso, è una necessità e può essere più potente di qualsiasi altro strumento per restituirli a se stessi e agli altri, almeno per un po’ (la traduzione è mia).
venerdì 3 dicembre 2010
Javier Marias, Tutte le anime, Un cuore così bianco, Einaudi, 1999
Titolo originale Todas los almas (1989), Corazòn tam bianco (1992)
Ho letto uno di fila all’altro Tutte le anime e Un cuore così bianco di Javier Marias (nellafoto).
Ci sono voluti tutti e due i romanzi per metabolizzare un modo di procedere fatto di disgressioni assai più che di accadimenti, di fantasie anzichè di azioni. A contare soprattutto è la percezione di chi narra in prima persona . Costui, che non è l’autore anche se forse gli somiglia o almeno ha avuto delle esperienze simili, vive tra le pagine e così il testo cresce e trova compimento.
Marias fa nettamente prevalere la vita interiore sul plot e riscatta così quel lavorio intimo che di solito pudicamente nascondiamo. La materia del romanzo è un organismo pulsante dove aspetti reali e mere possibilità convivono con pari dignità in uno stesso spazio mentale .
Non si può dire tuttavia che manchino i colpi di teatro nè i finali da brivido perché tutti quei rivoli di pensieri si ricongiungono prima o poi e le sorprese non mancano.
Le parole hanno un ruolo decisivo. Una volta sentite s’impigliano nella mente e continuano a tornare fino a dare un senso ai comportamenti. Si ha l’impressione che siano proprio loro a trascinare la storia o a farla saltar fuori dalla magmatica situazione iniziale .
Tutte le anime vede il protagonista impegnato per due anni a Oxford . Mentre insegna in un college, partecipa a cene scenografiche, cerca libri rari, ma soprattutto ha una relazione con una collega sposata. Questo amore appassionato e precario è il perno della narrazione e, miscelato alla casualità, genera associazioni ardite e sorprendenti. Resta impagabile il medaglione del portinaio novantenne che trasmigra di giorno in giorno in un decennio diverso della sua memoria rinominando di conseguenza il paesaggio umano che lo circonda.
Un cuore così bianco, più corposo e complesso, insegue il farsi strada di una consapevolezza sepolta da una indifferenza ostinata. Dopo la prima schioccante scena iniziale, il discorso prende il largo , si sofferma sul matrimonio , ci fa notare, da un contesto tragicomico, quanto la costrizione condizioni l’amore, cita Macbeth e le canzonette , spazia tra più continenti, stili di vita e tipologie umane . Il finale ci riporta alla forza delle parole, alla loro capacità di dare e togliere vita, alla responsabilità di parlare e di tacere.
Javier Marias è uno dei più riconosciuti romanzieri spagnoli contemporanei. L’ultimo titolo di una lunga serie Il tuo volto domani è appena uscito da Einaudi, ma ho già aperto Domani nella battaglia pensa a me (1998).
Francesca
Ho letto uno di fila all’altro Tutte le anime e Un cuore così bianco di Javier Marias (nellafoto).
Ci sono voluti tutti e due i romanzi per metabolizzare un modo di procedere fatto di disgressioni assai più che di accadimenti, di fantasie anzichè di azioni. A contare soprattutto è la percezione di chi narra in prima persona . Costui, che non è l’autore anche se forse gli somiglia o almeno ha avuto delle esperienze simili, vive tra le pagine e così il testo cresce e trova compimento.
Marias fa nettamente prevalere la vita interiore sul plot e riscatta così quel lavorio intimo che di solito pudicamente nascondiamo. La materia del romanzo è un organismo pulsante dove aspetti reali e mere possibilità convivono con pari dignità in uno stesso spazio mentale .
Non si può dire tuttavia che manchino i colpi di teatro nè i finali da brivido perché tutti quei rivoli di pensieri si ricongiungono prima o poi e le sorprese non mancano.
Le parole hanno un ruolo decisivo. Una volta sentite s’impigliano nella mente e continuano a tornare fino a dare un senso ai comportamenti. Si ha l’impressione che siano proprio loro a trascinare la storia o a farla saltar fuori dalla magmatica situazione iniziale .
Tutte le anime vede il protagonista impegnato per due anni a Oxford . Mentre insegna in un college, partecipa a cene scenografiche, cerca libri rari, ma soprattutto ha una relazione con una collega sposata. Questo amore appassionato e precario è il perno della narrazione e, miscelato alla casualità, genera associazioni ardite e sorprendenti. Resta impagabile il medaglione del portinaio novantenne che trasmigra di giorno in giorno in un decennio diverso della sua memoria rinominando di conseguenza il paesaggio umano che lo circonda.
Un cuore così bianco, più corposo e complesso, insegue il farsi strada di una consapevolezza sepolta da una indifferenza ostinata. Dopo la prima schioccante scena iniziale, il discorso prende il largo , si sofferma sul matrimonio , ci fa notare, da un contesto tragicomico, quanto la costrizione condizioni l’amore, cita Macbeth e le canzonette , spazia tra più continenti, stili di vita e tipologie umane . Il finale ci riporta alla forza delle parole, alla loro capacità di dare e togliere vita, alla responsabilità di parlare e di tacere.
Javier Marias è uno dei più riconosciuti romanzieri spagnoli contemporanei. L’ultimo titolo di una lunga serie Il tuo volto domani è appena uscito da Einaudi, ma ho già aperto Domani nella battaglia pensa a me (1998).
Francesca
Iscriviti a:
Post (Atom)

