venerdì 20 maggio 2011

Incroci : Massimo Recalcati, Cosa resta del padre?, Cortina editore, 2011

Massimo Recalcati , uno tra i più noti psicanalisti lacaniani in Italia, ha scritto un libro importante che, toccando uno dei nodi cruciali della psicanalisi e appoggiandosi su alcune figurazioni letterarie, approda a una lucidissima analisi del presente .
Cercherò , pur semplificando, di restituirne il senso.
Affinché l’esistenza sia animata dalla spinta del desiderio occorre una legge che definisca le condizioni per attuarlo. Nella psicanalisi freudiana è il padre a porla.. E’ lui che , con la sua presenza, limita al bimbo il godimento della madre. Nasce così nel piccolo un sentimento di mancanza da colmare successivamente nella ricerca dell’altro.
L’esercizio simbolico della paternità assicura dunque al figlio di sganciarsi dal godimento cieco e di avventurarsi verso l’assunzione responsabile del proprio desiderio.
Se la funzione paterna “evapora”- suggestiva espressione coniata da Lacan dopo le contestazioni del ’68- vi può essere un desiderio senza legge ossia una spinta a godere al di là di ogni orizzonte consapevole e al di fuori del legame con l’altro.
La sempre minor accettazione dell’autorità dei padri si fa già sentire li dove il desiderio diventa capriccio, godimento compulsivo. Se in passato vi erano stati tempi di esaltazione ideologica dove i desideri al singolare non trovavano spazio in questa nostra epoca si è illusoriamente invitati a valicare ogni limite.
In questo modo tuttavia ci si smarrisce , non si trova la via verso l’altro da sé.
Prevale allora il discorso capitalistico che indica una moltitudine di oggetti non per il loro valore d’uso ma quali compensazione di una mancanza da sopire.
Tanti sintomi della contemporaneità- anoressie, bulimie, tossicomanie, dipendenze – fungono da ritiro patologico li dove vi è una difficoltà ad andare oltre sé stessi.
Recalcati si chiede cosa può avere una funzione di guida per il soggetto dopo lo smembramento della famiglia tradizionale o il crollo di ogni idealità e spezza una lancia in favore della riabilitazione della funzione paterna.
Pur ormai privato di ogni autorità implicita il padre, o chi si trova a farne le veci anche al di là dei generi, può offrire , con la sua vita, una singolarissima testimonianza di come vivere il desiderio in accordo con la legge mettendo così al bando ogni tentazione di godimento sconsiderato destinato a portare alla distruzione del soggetto.
Occorre tuttavia riconoscere l’appartenenza al padre , accettarne l’eredità genetica e materiale altrimenti si resta orfani rabbiosi. L’idealizzazione acritica o l’ adorazione infinita del genitore d’altro canto non consentono al figlio di evolvere e di prendere la parte che gli spetta.
Roth in Patrimonio e McCarthy in La strada toccano con efficacia e profondità queste tematiche. Nel primo libro lo scrittore, di fronte alla malattia del padre, scioglie un conflitto antico e riconosce ,accettando un povero oggetto, la sua appartenenza.
Il padre de La strada conduce il figlio in uno scenario da fine del mondo e lo difende dalle orde barbariche in circolazione. Esprime così il puro dono della cura, alleanza con la vita, la resistenza alla morte.
Il nuovo padre è, nel condivisibile auspicio di Recalcati, colui che fa vedere l’avvenire come possibilità.


Francesca

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