Orhan Pamuk racconta Istanbul ,la città dove è nato e cresciuto, in un affascinante libro di memorie . Ne consiglio la lettura a chi ha deciso di visitarla questa estate.
Lo scrittore turco, premio Nobel nel 2006, ricorda dapprima gli scorci visti da bambino da palazzo Pamuk o durante le gite domenicali con la famiglia e le passeggiate con la mamma.
I paesaggi si mescolano alle atmosfere festose della grande famiglia allargata, alle carezze , alle liti con il fratello. Ci sfilano davanti agli occhi immagini degli anni cinquanta che certo non ritroveremo nella metropoli attuale e architetture di cui con ogni probabilità non ritroveremo traccia nella realtà. La comunione tra la città e la voce che ce la racconta è dapprima totale.
Pamuk ci parla poi a lungo dei panorami che Antoine- Ignace Melling, tedesco, dipinse nella seconda metà del 1700 . “Guardare i panorami dello stretto di Melling e osservare le sue colline, i fianchi e le valli che da bambino vedevo vuoti, ma che in quarant’anni si sono coperti di gruppi di edifici squallidi, non mi fa vivere solo l’incanto di tornare ai paesaggi della mia infanzia e vederli come allora, ma mi fa venire, triste e felice, il pensiero che dietro le bellezze del Bosforo che si aprono pagina dopo pagina andando a ritroso nel tempo, c’è una storia paradisiaca, e la mia vita è fatta dei ricordi, panorami e ambienti di questo eden ormai passato.”
Prende corpo così la nostalgia che è una delle note di sottofondo del libro .
La città infatti si trasforma sotto la pressione dell’occidentalizzazione incalzante.
Le belle ville in legno nel Bosforo vengono dismesse o trasformate in altro; gli abitanti attraversano crisi economiche e di costume, le grandi famiglie si dividono.Ci troviamo a compiere un viaggio nella storia recente dell’ex capitale ottomana e così ci avviciniamo di più agli abitanti , orientali nel profondo, ma sempre più pervasi dallo spirito occidentale.
Lo scrittore ripercorre anche le testimonianze affettuose di scrittori turchi come Tanpanar e Kemal e la sensazione di offesa di fronte allo sguardo sprezzante di Andrè Gide sui quartieri più degradati e le abitudini più antiche.
La scrittura minuziosa di Pamuk fa dunque sì che sia una pluralità di voci , di sguardi e di prospettive a parlarci di Istanbul.
L’immagine più forte tuttavia resta il Bosforo, quel braccio marino vibrante di venti e di correnti che si vede da ogni finestra e congiunge due continenti.
Francesca
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