mercoledì 27 luglio 2011

David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi, 2006

Infinite Jest offre un’esperienza di lettura insolita e per più versi spiazzante.
Meglio dire subito che questo librone di 1180 pagine più un altro centinaio di note, pubblicato negli Stati Uniti nel 1996, uscito in Italia da Fandango nel 2000 e riedito nel 2006 da Einaudi- non sta agevolmente dentro a nessuna delle definizioni letterarie correnti.
David Foster Wallace , intelligenza fulminante dell’America contemporanea , in questo suo capolavoro è andato oltre la forma del romanzo. Pare di essere dentro a un laboratorio di scrittura dove il flusso di pensiero è largamente predominante . Magistrale in particolare è lo srotolarsi dei pensieri di Gately nel letto d’ospedale : un sovrapporsi di presente e ricordi reso più ardito dalla lotta contro le insistenze dei medici a somministrargli proprio il narcotico di tanti sballi.
La scommessa per Wallace è parlare delle cose più diverse con una precisione millimetrica – dissertazioni di farmacologia o di balistica applicata ai movimenti delle palle sui campi da tennis per intendersi- e al tempo stesso costruire una architettura di situazioni interconnesse tale da generare più livelli di senso.
Così la trama si dissolve in una microscopica restituzione del dettaglio mentre lo sguardo si allarga con effetto puzzle . Nessun episodio pare fondamentale per fare stare in piedi l’insieme anche se tutti hanno una ragion d’essere. E’ possibile dunque sintonizzarsi su alcune storie senza perdere il senso del tutto.
L’ambientazione in un futuro prossimo o magari in un presente appena un po’ sotterraneo dà a Infinite Jest l’aura della rivelazione, per non dire della preveggenza.
In tutto il volume i dialoghi sono relativamente pochi e i personaggi girano su se stessi avvinghiati a qualcosa esterno .
Il tema di fondo infatti è la dipendenza, da sostanze ma anche da intrattenimento, da sport, da sponsorizzazione e da chi sa che altro, descritto come un dilagante modo di essere e di vivere.
A venire rovesciato, smontato, ridicolizzato fino a mostrare quanto sia ottundente è il main stream corrente dove è impossibile essere liberi o anche solo saldamente umani.

Il primo ambiente che incontriamo è un college dove tutto pare ruotare attorno al gioco del tennis e ogni ragazzo spera di diventare protagonista del grande show sportivo nazionale. Ci accompagnano i membri di una famiglia coinvolti nella gestione dell’istituto scolastico. Ciascuno dei tre figli ci offre un tranche de vie completo di trasgressioni sempre meno gestibili.
Fa da controcanto la descrizione della casa per tossici e alcolisti piena di tipi e tipe malconci .
Se prevedibili sono le tappe che il dipendente percorre verso la propria forma di schiavitù, diversissime sono le storie di chi qui incontriamo: come a dire che le sostanze sono sempre più forti delle persone, capaci di approfittarsi del disagio ma anche di farsi breccia nel benessere. In questa scena disastrata, spicca Lady Psychosis, sempre velata eppur riconoscibile come nota voce di una radio libera e fascinosa presenza di filmati avanguardistici.

L’inventiva dell’autore è sempre sorprendente e ci regala un caleidoscopio di figure e di scene paradossali. Viene spesso da ridere e a volte da distogliere lo sguardo .Affiora la straordinaria compassione di Wallace che ci fa sentire l’opacità di certi destini e il peso di una disperazione ovunque diffusa.

Francesca

Di David Foster Wallace abbiamo anche recensito il racconto Una cosa divertente che non farò mai più. Clicca qui per il post.


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