Peccato che il titolo in italiano sia molto meno suggestivo di quello in
inglese: “snowdrops” vuol dire bucaneve e in Russia chiamano
“bucaneve” i cadaveri che riaffiorano alla luce del sole quando la neve
si scioglie. Siamo quindi in pieno clima noir e persino pulp, condito
con quel tanto di sesso che il titolo italiano ha preferito
sottolineare. Il romanzo d’esordio dell’ex- corrispondente
dell’Economist a Mosca, A.D. Miller, ha qualche pregio ma soprattutto un
grosso difetto e stupisce un po’ il suo inserimento tra i sei finalisti
del Man Booker Prize , il prestigioso premio letterario per lavori in lingua inglese.
Primo pregio, una scrittura scorrevole, che procede a passo deciso, anche se alcune metafore sono forse fin troppo ardite (ad esempio, quando Miller paragona il viso di un personaggio a “ una patata perplessa”). Secondo pregio, le descrizioni della Mosca di Putin: night-club e ristoranti dove lo champagne scorre a fiumi, squallide bische animate da una prostituzione d’assalto, vecchi appartamenti dai parquet scricchiolanti trasformati in garçonnières di lusso per gangster e banchieri. Una città in cui gli expats di lungo corso sono abituati a tutto e nulla di quel mondo intriso di ricchezze smodate, crimine e corruzione li sorprende. C'è un passaggio che mi ha inevitabilmente fatto pensare alla morte di Anna Politkovskaja: quello in cui il giornalista inglese Walsh descrive l'omicidio perfetto à la russe. Basta commissionare l'uccisione a qualche balordo ubriacone , che per 500 dollari esegue il compito in maniera sommaria e cruenta, spesso a martellate o con il coltello. Poi si ingaggia un vero killer professionista che, per 10mila dollari, uccide il balordo in questione con tutte le precauzioni- silenziatore, colpo di grazia alla testa ecc. Così è pressochè impossibile risalire al cliente originario. Nella Mosca di Miller, le storie sono solo storie di criminalità, come sottolinea il cinico Walsh. Ma alla prima nevicata, tutto il marciume moscovita si veste di un manto immacolato.
Primo pregio, una scrittura scorrevole, che procede a passo deciso, anche se alcune metafore sono forse fin troppo ardite (ad esempio, quando Miller paragona il viso di un personaggio a “ una patata perplessa”). Secondo pregio, le descrizioni della Mosca di Putin: night-club e ristoranti dove lo champagne scorre a fiumi, squallide bische animate da una prostituzione d’assalto, vecchi appartamenti dai parquet scricchiolanti trasformati in garçonnières di lusso per gangster e banchieri. Una città in cui gli expats di lungo corso sono abituati a tutto e nulla di quel mondo intriso di ricchezze smodate, crimine e corruzione li sorprende. C'è un passaggio che mi ha inevitabilmente fatto pensare alla morte di Anna Politkovskaja: quello in cui il giornalista inglese Walsh descrive l'omicidio perfetto à la russe. Basta commissionare l'uccisione a qualche balordo ubriacone , che per 500 dollari esegue il compito in maniera sommaria e cruenta, spesso a martellate o con il coltello. Poi si ingaggia un vero killer professionista che, per 10mila dollari, uccide il balordo in questione con tutte le precauzioni- silenziatore, colpo di grazia alla testa ecc. Così è pressochè impossibile risalire al cliente originario. Nella Mosca di Miller, le storie sono solo storie di criminalità, come sottolinea il cinico Walsh. Ma alla prima nevicata, tutto il marciume moscovita si veste di un manto immacolato.
Quello che invece non convince nel lavoro di Miller è il protagonista ed io narrante, Nicholas Platt, i cui comportamenti alla lunga rasentano l' inverosimile. Platt, avvocato in uno studio internazionale, trasferitosi a Mosca da qualche anno per ragioni di lavoro, ma anche per fuggire alla prospettiva di una piatta mediocrità nella suburbia inglese, è di per sè un mediocre. Però, grazie alla disponibilità di denaro, diventa una preda interessante nella swinging Moscow. Nasce così il legame con Masha, un’avvenente, per quanto fredda, ragazza di 24 anni, conosciuta in metro. Malgrado i chiari indizi circa la natura equivoca di Masha e della storia in cui viene coinvolto, il debole Nicholas si lascia trascinare oltre i confini dell’etica pur di non perdere l'amante, quasi che le gioie delle notti moscovite gli avessero completamente cancellato ogni principio morale. Il suo anziano vicino di casa lo mette sull’avviso, e noi stessi lettori vorremmo che ripiegasse dinanzi all’allarme rosso che risuona di pagina in pagina. Ma lui no, ci casca sapendo di cascare. D’altronde gli ingenui e, soprattutto, i corruttibili a Mosca non mancano. Prova ne sia che lo stesso studio di avvocati d'assalto in cui Nicholas lavora incappa in un affare che ha tutte le premesse per rivelarsi un bagno di sangue – ed è ciò che avviene.
Ma forse l’aspetto più inverosimile è l’espediente narrativo utilizzzato da Miller per costruire il lungo racconto di Nicholas, che, ormai rimpatriato e ancora sommerso dalle memorie moscovite, narra la sua storia sotto forma di lettera-confessione alla donna che fra poco sposerà. Un’assurda lettera-romanzo che, oltre a rivelare l’imbarazzante amoralità del mittente, non risparmia i più intimi dettagli dell’esperienza russa. Difficile che venga tollerata neanche dalla più indulgente delle fidanzate.
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