sabato 19 novembre 2011

Omaggio a Magda Szabò



Magda Szabò (5 ottobre 1917- 19 novembre 2007)
In occasione dell’anniversario della scomparsa della grande scrittrice ungherese Magda Szabò,  di cui abbiamo recensito solo alcuni dei suoi più importanti lavori (L’altra Ezster, Per Elisa, La notte dell’uccisione del maiale),  pubblichiamo un post commemorativo che Elisabetta Setnikar ci ha inviato.


COME UNA SCRITTRICE ITALIANA VEDE UNA  SCRITTRICE UNGHERESE
Magda Szabò vista attraverso gli occhi di Elisabetta Setnikar


Magda Szabò ?
Continuo a pensare e ripensare come io l'abbia incontrata.
Nessuno che io conosca, e questo ho sempre pensato fosse un gran peccato, ne ha mai letto i libri o sentito il nome.
Non ricordo un articolo su di lei o la sua opera, prima che acquistassi  La porta, che io abbia letto o qualche notizia che mi abbia incuriosito fino a spingermi a leggerla.
Credo che il mio incontro con il suo lavoro sia avvenuto in modo del tutto casuale in una delle tante e frequenti passeggiate che faccio tra gli scaffali delle librerie.
Durante questo girovagare mi lascio trascinare dal fascino infantile per i colori e le immagini che ogni libro possiede.
Livrea da corteggiamento fatta loro indossare dagli editori, calamita, incuriosisce, allontana prima di ogni contenuto possibile.
Mi piace farmi catturare con finta ingenuità da tutto questo per poi con la stessa semplicità con cui mi sono fatta avvicinare guizzare velocemente all'interno del mio predatore e scoprirne la vera anima attraverso il monocromatismo delle parole nude allineate.
Nel suo ultimo romanzo, Il momento, ci scrive:

Il momento che modifica una sorte … non può essere previsto, solo riconosciuto.

Questo istante determina un atto piuttosto che un altro, ti modella non sai mai a posteriori, tra i mille che vivi, quale sarà; potrai solo, a volte, riconoscerlo dopo.
L'ho fatto: il mio incontrare Magda Szabò è stato qualche cosa che mi ha plasmato o perlomeno mi ha segnato, non era previsto, io non lo avevo cercato, intuito nell'attimo in cui decisi di acquistare La porta .

Qualche cosa di molto particolare deve avermi colpito nel girarvi all'interno e assaggiarvi qualche frase per avermi indotto a portarlo a casa nonostante la copertina non mi piacesse affatto e non mi piaccia tutt'ora.
Lo lessi tutto d'un fiato.
Da allora non è mai stato riposto in una libreria; è sempre stato sul mio comodino, vicino a me.
Vicino a me nel momento di maggior vulnerabilità  che un essere umano possa avere, il sonno.
PERCHE' ?
Dopo  La porta  lessi  La ballata di Iza.
Ricordo esattamente quando lo incontrai.
Dovevo attendere che mio marito mi fosse riportato dalla sala operatoria e per ingannare quell'attesa andai alla libreria antistante l'ospedale.
Appena entrata vidi un libro con il nome Magda Szabò; non girai per il negozio, non guardai altro, né lessi il titolo e la sinossi di questo, pagai e tornai indietro ad attendere che l'operazione finisse immersa nella lettura.
Anche gli altri, poi, furono tutti acquistati così: visti e presi.
Né età, nazione, esperienze, periodo storico, vissuto ci accomuna eppure qualche cosa che va oltre ci unisce, mi fa sentire in sintonia con le sue parole.
Parole scritte in un tempo e in un luogo lontani dai miei, ma che l'amore e la sensibilità per i sentimenti, hanno fatto sì che si creasse una grande armonia. Questa, andando oltre i fatti narrati, analizzati anche inconsciamente il più delle volte arriva all’essenza delle emozioni superando tempi e luoghi.
Per cercare di  far capire cosa ho provato leggendo Magda, credo che la cosa migliore sia ragionare come insegna Emerek, personaggio singolare e fuori dagli schemi coprotagonista con lei in  La porta con questa frase:

Lei non capirà mai le cose semplici, vuole sempre entrare di dietro anche se la porta è davanti.

Desidero entrare dalla "porta davanti" della mia anima, senza frapporre tra le mie sensazioni e le parole che le descriveranno null'altro che la semplicità delle emozioni provate nel ritrovarsi, specchiarsi, capirsi e confrontarsi con una narrazione che, appartenendomi solo a livello emotivo, sento molto vicina.
I suoi libri mi sono piaciuti, anzi, di alcuni mi sono innamorata subito.
Solo dopo la seconda lettura, però, li ho capiti.
Ho capito del perché è nato un tale sentimento.
L'amore, come per una persona, è venuto dall'istinto e portato da un'emozione suscitata da chissà quale particolare.
Quelle parole lette, come seminate nella mia anima, sono cresciute silenziose fino a creare il desiderio di rileggerle e solo allora, come avviene dopo essersi innamorati di qualcuno e non sapersi spiegare il perché proprio di quell'individuo se non solo dopo esser stati per un po' al suo fianco, si capisce cosa sia successo, così ho afferrato perché li ami.
Ho letto molto su Magda.
Senza voler essere irrispettosa mi viene spontaneo chiamarla per nome perché scrivere nome e cognome, o peggio ancora solo Szabò, lo sento freddo e distaccato. Questa sensazione non mi si addice percependo le sue parole, i suoi pensieri quasi come una parte di me. Oltre i suoi libri, ho letto molto su di lei, ma sono commenti per lo più accademici, analisi strutturali.
Non mi è  possibile fare, ammesso che ne fossi capace non essendo un critico letterario, nulla del genere.
Tutto quello in cui scorre la sua sensibilità, vuoi la sua scrittura, vuoi i suoi personaggi, mi coinvolge al punto di non poterne parlare in modo distaccato e professionale.
Posso solo farlo sentimentalmente.
Chi scrive romanza sempre quello che racconta, in certa parte, anche se racconta di se stesso.
Ma la realtà, anche se romanzata, ci dipinge .
Io mi sento raccontata .
Molti  possono esserlo.
Possiamo anche trovarci di fronte, nero su bianco, a molto di ciò che non abbiamo il coraggio di dire a noi stessi apertamente.
Magda guarda dentro di sé .
Ha il coraggio, o la necessità di farlo … come se fosse davanti ad uno specchio e dopo aver osservato a lungo e silenziosamente la sua esteriorità, chiudesse gli occhi, le pupille si girassero all'interno e si vedesse dentro e, al contempo, permettesse a noi di vedere ciò che lei stessa scorge della sua intima interiorità.
Quello che si trova davanti, quello che sente, che è scritto nella sua mente e nella sua anima, quello che si dice o non si vuole dire, quello che pensa di sé stessa e del mondo, quelli che sono i sui difetti, i suoi pregi, quello che è stata e quello che vorrebbe essere stata, quello che è e quello che vorrebbe essere, quello che sente essere e quello che vorrebbe sentirsi essere, noi lo sappiamo.
Lo dice a noi oltre che a sé stessa.
Ci fa questo grande dono.
Non avviene sempre in modo diretto, ma anche spesso attraverso i suoi personaggi.
Questi, meravigliose figure dipinte con scarna ma altresì essenziale fisicità, danno corpo alle anime che rivestono.
Donna, prima che narratrice, trasferisce tutta la sensibilità di cui è ricca nella sua arte e da nessun'altra, benché ci siano stati punti di profonda sintonia anche con altre grandi scrittrici capaci di toccarmi l'anima, mi sono sentita interpretata proprio nella mia più intima essenzialità femminile come da Magda Szabò .
Con questa sua abilità la percezione della vita e il suo scorrerci sopra viene analizzata. Il suo scorrere e allo stesso tempo travolgerci, forse più di questa nel suo insieme, i singoli infinitesimali quasi impercettibili fatti che questa compongono, vengono sviscerati e interpretati, analizzati, capiti, rifiutati, vissuti con desiderio, speranza, negazione, presa d'atto, accettati con tutta la sofferenza e gioia che un processo così complesso e difficile implica.
Nelle sue narrazioni c'è tutta la storia di un travaglio esistenziale che se proprio non porta alla gioia, alla soddisfazione piena di noi stessi, come spesso può accadere, arriva quantomeno all'accettazione consapevole degli avvenimenti vissuti, al saper convivere con i nostri fantasmi, errori e successi, sgravandoci - non uso questo termine a caso -  così da intimi pesi interiori che alla lunga potrebbero rendere una vita difficile da vivere.
Il buio del silenzio forzato, vuoi impostoci da fattori esterni come a volte inconsapevolmente da noi stessi, pesante come un macigno, è un tunnel che può capitare a molti di percorrere durante la vita.
Breve, semplice, difficile, complesso o lungo, ma ad ogni modo, qualunque sia la sua tipicità, lascia un segno profondo.
La scrittrice ha la capacità di raccontarsi e raccontarci il suo lungo tragitto in questo tunnel. Lo possiamo ben immaginare come il percorso che un bimbo fa durante la fase di travaglio prima di vedere la luce. Dal punto di vista di una donna che sta lottando, e del sollievo che questa prova, che tutte coloro che hanno partorito ben possono ricordare, nel momento in cui si sgrava, si espelle, ci si libera, non si lotta più, non si spinge più e ci si abbandona alla nuova vita.
Quello è " il momento ", un momento di

totale felicità, una totale indipendenza, una totale infelicità, una totale prigionia, uno dei tanti sostantivi astratti, ma in ogni caso totale

come lei stessa scrive nella prefazione de  Il momento.
Come c'è nella vita un" momento " in cui ci si ferma a pensare a noi stessi e alla nostra storia personale, si ricorda, si fanno bilanci, si pensa, si guarda avanti.
Questo forse accade spesso in quella che potrebbe essere la metà della nostra esistenza tra i 45 e i 55 anni, periodo nel quale infatti ha scritto i suoi più profondi e sofferti romanzi.
A volte succede verso la fine ….come capitò alla dolce Etelka, ne La ballata di Iza, quando si rese conto che

 gli intervalli di tempo compresi tra un'attesa e l'altra erano colmi di pensieri. Non avrebbe mai creduto che il ricordo potesse trasformarsi in un'attività così intensa. La vecchia si raccontò la sua vita, frammento per frammento. Non aveva mai avuto il tempo di farlo prima .

Quante volte ad ognuno di noi capita di dire non ho tempo, ora non posso, ci penserò domani?
Etelka, Iza, Magda, Emerek, Giorgina Vitay, sono i nomi che appaino nei racconti di Magda, sono personaggi, ma anche uno solo e il suo alter ego, siamo noi soli con la nostra coscienza, noi che ci analizziamo, vediamo, mettiamo in gioco, fuggiamo, ritorniamo per vivere.
Zusanne, Lidia, Domakos e altri sono personaggi minori dei vari racconti, ma sono sempre parte di noi e danno voce a parole che non vogliamo sentire.
Comparse di spessore e  ingombranti che ci piacerebbe a volte ignorare, ma che ben si stagliano sia tra le pagine dei libri sia tra i nostri pensieri sommersi.
E sono proprio questi ultimi, quelli che vorremmo dimenticare, protagonisti dei libri di Magda, che piano piano si fanno strada nella nostre menti, anche se li volessimo cacciare non ci riusciamo, che diventano asfissianti.
Sono questi insieme alle nostre pretese, posizioni, egoismi, egocentrismi, cecità e presunzioni,  manie e ostinazioni a renderci inflessibili, come Iza, per resistervi.

Iza non aveva mia preteso aiuti, se falliva in qualche impresa ne prendeva atto senza un lamento, non aveva mai chiesto consiglio ai genitori prima di agire, li informava semplicemente delle scelte compiute …

Ma c'era qualcuno che capiva i suoi pensieri e non guardava ai suoi occhi. Sua madre.
Guardava quella Iza, che aveva sempre ragione, che le aveva detto di vendere la casa dopo la morte del padre e di andare a stare con lei a Pest, che con quelle parole l'aveva resa felice sporcandosi mentre cucinava.
Non lo aveva mai fatto.

puzzava di pesce e olio fritto, e questo la rendeva in un certo senso meno estranea. Iza era sempre così pulita, così fresca, e proteggeva così schizzinosamente  il suo corpo dal sudiciume e dagli impicci delle faccende domestiche che rimase di sasso nel vederla riemergere in quello stato dalla cucina. Iza si era arresa, sopraffatta da qualche cosa di più importante dentro di lei, aveva smesso di resistere, si era lasciata andare.
Era solo questione di volontà e attenzione- aveva spiegato un giorno – se uno vuole può mantenersi impeccabile anche tra pentole. Stavolta lo aveva fatto, aveva ceduto ai cibi, alla materia bruta. Quella sera Iza non pensava a se stessa. A chi pensava?

A chi pensiamo, a cosa pensiamo arroccati dentro le nostre mura interiori tanto da dimenticarci, forse per un attimo, di mantenere addosso le nostre corazze e lasciarci sporcare, lasciarci andare senza paura ?
Ci rendiamo conto in questi passaggi di essere trasparenti per chi ci ama silenzioso e nascosto perché riesce comunque a vedere ciò che noi crediamo celato?
Ci rendiamo conto che feriamo con la nostra fragile, ma coriacea sicurezza chi ci sta vicino e da cui pretendiamo, al tempo stesso, comprensione per la nostra rigidità?
 Spesso i personaggi minori della nostra vita, quelli a cui diamo poco o ingiusto peso, sono coloro che meglio ci fotografano, scevri dalla lente dell'amore e, protetti da un debito distacco, capiscono quello che noi stessi mai ammetteremmo.
Molte Lidie che si affiancano alle nostre vite avranno capito come dovevamo essere stanchi di mantenere il controllo su noi stessi,

 di pretendere di poter cambiare il destino della propria famiglia e del mondo intero, di quella terribile durezza che non si ammorbidirà né con il pianto per le vergini né coi ricordi (La ballata di Iza).

Ci renderemo mai conto che i Domokos che stanno  al nostro fianco, e per i quali siamo come un burrone, è come si sentissero sull'orlo di un precipizio, standoci vicino sanno che c'è, che è là davanti a loro, e che se faranno attenzione a dove mettono i piedi non scivoleranno nel baratro. Che si domandano se hanno voglia di vivere, non lo sanno esattamente, ma credono di sì e sanno che se sbaglieranno un passo precipiteranno?

 Le Lidie, i Domakos e ancor più le Etelke sono parte della nostra vita ma anche le nostre voci interiori con cui, benché rigidi nelle nostre marmoree fermezze, dobbiamo confrontarci.
Diciamo di amare, di pensare a loro, ne siamo convinti o meglio ci auto convinciamo di fare tutto questo, ma non è vero o al più non siamo capaci di dimostrarlo.
Facciamo precipitare i più deboli nel vuoto, i forti lo vedono in tempo per fuggire e ci abbandonano, ma noi non possiamo cedere, abbiamo deciso, siamo irremovibili, forti, sordi, duri con noi e con gli altri, irrigiditi da una terribile disciplina riusciamo a far sgorgare da dentro solo, muto, un urlo di dolore, ma a quel punto nessuno potrà più né sentirci né tantomeno risponderci.
Con la nostra dolorosa rigidità, nel nostro tunnel di buio silenzio, sonno anestetico, iniziamo così a camminare lentamente in noi stessi.
Dobbiamo farlo per respirare.
Passo passo, adagio adagio, stremati o fiduciosi  cerchiamo di raggiungere la luce per sopravvivere e poi vivere.
Per andare avanti, per ritrovarci, per superare noi stessi o la difficoltà delle nostre scelte, siamo portati a guardarci indietro per cercare la fonte della nostra forza o un disperato alibi per la debolezza. Cerchiamo da dove veniamo, chi e che cosa ci ha fatto essere quello che siamo nel momento in cui iniziamo a farci domande.
Perché siamo e ci sentiamo così ?
Perché tanta determinazione a non cedere nulla, ostinarsi nelle decisioni prese?
E' giusto ?
E' quello che davvero vogliamo?
E' forza la nostra determinazione o altro?
Vale tanta sofferenza la nostra ostinazione?
Vediamo semplicemente le cose come stanno o vediamo solo quello che vogliamo o siamo disposti a vedere?
E il nostro corpo come reagisce a tutto ciò?
Congelati nel mutismo, avvizziamo

avvizziamo non solo nella vita sociale, ma anche nei nostri vestiti: la nostra alimentazione era parca, la nostra sicurezza nulla, ma tutto questo era più facile che non scrivere un inno che festeggiasse un dittatore genocida e il suo aiuto-boia ungherese ( Il momento).

Soffochiamo.
Guardiamo fuori dalla nostra finestra, in silenzio, cerchiamo una risposta chissà dove, in noi forse.
Nel nostro passato possiamo trovare la giustificazione del nostro essere nel presente, capirci, assolverci o condannarci.
Chi si trova in questo buio tunnel non riesce a parlare. Sente la propria voce che ci pone mille domande, si dà risposte, ma nulla esce dalla bocca arsa dal  mutismo.
Magda è una fantastica ricercatrice di emozioni abilissima nell'indurci, senza che ce ne rendiamo immediatamente conto, a questo, attraverso le sue creature.
E così per capirci, per capire e avanzare nella strada della vita siamo indotti a guardare la Giorgina Vitay che eravamo.
Chi ci ha amato, guidato, costruito per renderci quello che siamo.
Quel'è stato l'attimo, "Il momento" in cui siamo stati felici, segnati dagli eventi, siamo diventati adulti?
E ancora, quando finalmente liberi, abbiamo assaporato tutta la magnifica tensione del vivere/ scrivere?
Lo abbiamo riconosciuto, intuito ?
Ci siamo resi conto che e come volevamo intraprendere un nuovo cammino e che con questo desiderio

con quest'opera l'asta del salto era posta a un'altezza non indifferente; per poterla superare era necessario qualcosa di definitivamente totale… ( Il momento ).

Che fare se non avere il coraggio di guardarci in faccia e dentro e senza farci sconti combattere i nostri fantasmi?
I fantasmi ci appaiono in sogno, le persone che possono e vogliono aiutarci, che possono essere la personificazione del nostro alterego ci incontrano lungo la strada. L'alchimia della chimica ci fa capire subito cosa potranno essere per noi anche senza conoscerle, ma dobbiamo lasciarle avvicinare.
Capire dalla loro durezza i nostri errori, imparare a pensare come fossimo in loro, metterci a guardare da un altro punto di vista per comprendere e comprenderci senza ostinarci.
Tra le pagine di  La porta  ho sognato, mi sono persa, ho lottato, ho parteggiato, ho condiviso, ho imparato, riconosciuta.
Sì, riconosciuta più di quanto si possa immaginare.
Ora in questi attimi in cui sto cercando di scrivere queste pagine la tensione è talmente alta, la voglia di esprimermi bene come Magda merita è così impellente, quasi soffocante che per quanto io cerchi di impormi una disciplina di lavoro faccio fatica a sottostarvi.
Mi ritrovo

 a contemplare i pioppi in fondo al giardino, sostenendo di lavorare senza pur svolgere nulla di concreto…
… perché la scrittura non è un padrone accondiscendente, le frasi, se restano interrotte, non ritrovano più la completezza dell'armonia originaria, nella nuova stesura la volta del testo risulta indebolita, la sensibilità complessiva è più precaria. (La porta )

Quello che provo per i suoi scritti è una passione per qualcosa che corrisponde, che rappresenta esattamente molti miei stati d'animo e

una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente ( La porta )

La tensione in me è forte, la ricerca della concentrazione alta perché mai come in questo caso

ogni definizione ( che io posso esprimere ) senza emozioni finisce per essere imprecisa ( La porta )

Ho imparato a guardarmi dentro e oltre me stessa.
Sorprendente!Le nostre cucine sono uguali, scherzo del destino. Da quanto lei ci dice,

con un gusto particolare, stipandola di oggetti ancora ereditati dalla mia bisnonna ( io dalla nonna)

e dove entrambe, lo dice lei ma potrei essere io

seguendo la mia natura bizzarra avevo accumulato là dentro tutti gli oggetti improbabili e ora quella cucina sembrava un museo di ergoterapia  (La porta).

Non è presunzione questa sottolineata similitudine tra Magda e me, mai arriverò ai suoi vertici, ma solo orgoglio e gioia di avere qualche piccolo particolare in comune con una persona di cui apprezzo tanto le grandi capacità in un campo, come la scrittura, che ci accomuna.
Null'altro.
Ho sorriso compiaciuta anche quando ho scoperto che, lei come me, andando a visitare il suo paese natale ritornava con il pane.
Sono sciocchezze comuni a mille persone, ma ritrovare questa comunione in piccoli dettagli, se vuoi di poco conto ma intimi con chi si ammira è gratificante, dolce, rassicurante.
Come ho condiviso con lei profondi e dolorosi silenzi.
E poi esperienze di vita vissuta come il dolore per un'orazione funebre, lei per Emerek io per la mia adorata nonna Ada,

 fredda, corretta, efficace, ma con parole talmente insufficienti a ricostruire l'essenza autentica di Emerek che ebbero su di me effetto anestetico ( La porta ).

Ho parteggiato e lottato con Magda ed Emerek, ho sofferto per la sofferenza castrante di Iza, ho ripensato al mio essere figlia e al mio essere madre.
Quante volte nello scorrere della quotidianità nella mia veste di mamma mi sono sentita in testa le parole con cui Magda definisce Emerek…effettivamente

parlava poco come fa una vera madre ( La porta )

Sì, quanto è vero, una vera madre parla poco.
Agisce, dice poco, ma ascolta soprattutto tanto.
Mille e mille volte e altrettante ho ragionato sulla forza morale di questa sua vecchia amica. La sua integrità, il suo coraggio ci mette - senza tante perifrasi- davanti alla durezza della vita e di quello che da questo dovremmo assimilare di buono, di quello che dovremmo fare piuttosto che dire.
Quante e quante volte Dio solo lo sa.
E poi mi sono persa in quelle sue pagine come dietro forti sentimenti di amore e di amicizia. Solo attraverso quelle parole scritte così chiaramente senza indulgenza, con cristallina lucidità accecante ho afferrato che l'amicizia è come ogni genere di amore. Ogni reciproco attaccamento

… è il risultato di fattori indefinibili anche se, per accettarsi a vicenda, dobbiamo farci infinite concessioni (La porta).

Dobbiamo essere ben consci di una cosa prima di buttarci a capofitto in un legame qualunque esso sia:

da quante più persone ci facciamo avvicinare tanto più numerosi sono i canali attraverso  cui il pericolo può colpirci  (La porta).

Ne vale la pena?
Sì, vale la pena di sognare tra le sue pagine, di ricordare il nostro passato, che se come presente ci sembrava insopportabile, con la maturità capiamo poter essere stato bello e insostituibile come fa Giorgina.
Vale la pena di sognare, di essere capaci, di non cadere mai in un terribile baratro di solitudine come Iza.
Vale la pena incontrare Magda PERCHE' nel momento in cui arriva il sonno, fragili e vulnerabili, potremmo avere bisogno di aprire le sue pagine e trarre forza per amare, capire e capirsi, crescere da noi stessi, sognare.
Sognare, liberarci dai nostri pesi, far sì che i nostri sforzi non siano vani e la chiave……….giri.

Elisabetta Setnikar





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