Titolo originale: The Music Room, 2008
“La musica è un aspetto così intrinseco alla vita familiare indiana che è frequente dare ai propri figli il nome di un raga
(Kalyani, Ragamalika, Sahana). La musica può essere un rifugio, un
percorso spirituale o qualcosa di cui si ama parlare, discutere e
persino dibattere, facendo mostra delle proprie conoscenze musicali. Se
in famiglia c’è una ragazza che sta imparando la musica, potete star
certi che tutti quelli che la incontrano le chiederanno del nuovo raga
Kriti che ha imparato, se si sveglia presto al mattino per gli esercizi
vocali e se è riuscita a partecipare all’ultimo concerto Jayashri. La
musica (in India n.d.T) è in qualche misura un grande strumento di eguaglianza e appartiene a tutti quelli che io conosco qui. “
Con queste parole postate su Goodreads,
una lettrice indiana, che si firma Lilyrose, ci spiega abilmente e
sinteticamente il contesto in cui nasce questo libro autobiografico di
Namita Devidayal – classe 1963, laureata a Princeton e giornalista del
Times of India.
E’ importante capire questo aspetto (e stupisce che l’editore non vi faccia accenno nella presentazione del libro) per apprezzare appieno la narrazione di Devidayal, che altrimenti potrebbe sembrare circoscritta alle tradizioni di una piccola èlite della società indiana. Certo, questo tributo al linguaggio universale della musica non è la materia cui la letteratura indiana contemporanea ci ha abituato. A differenza dei romanzi di autori indiani meglio conosciuti in Occidente ( per esempio, Arundhati Roy, Kiran Desai , Aravind Adiga , Vikram Chandra) incentrati sugli aspetti più inquietanti di quella complessa società – corruzione, gangsterismo, criminalità, povertà , discriminazione, lotta religiosa - le pagine di questo libro ci fanno entrare, esattamente come fece la piccola Devidayal a sette anni, in un mondo di pace e serenità. Un mondo in cui il rapporto fra allieva e maestra non si limita alla costante ricerca della perfezione e a superare una selezione durissima, ma si sostanzia anche in un forte legame emotivo, quasi una dipendenza reciproca, senza la mediazione di libri, scuole e aule didattiche .
E’ importante capire questo aspetto (e stupisce che l’editore non vi faccia accenno nella presentazione del libro) per apprezzare appieno la narrazione di Devidayal, che altrimenti potrebbe sembrare circoscritta alle tradizioni di una piccola èlite della società indiana. Certo, questo tributo al linguaggio universale della musica non è la materia cui la letteratura indiana contemporanea ci ha abituato. A differenza dei romanzi di autori indiani meglio conosciuti in Occidente ( per esempio, Arundhati Roy, Kiran Desai , Aravind Adiga , Vikram Chandra) incentrati sugli aspetti più inquietanti di quella complessa società – corruzione, gangsterismo, criminalità, povertà , discriminazione, lotta religiosa - le pagine di questo libro ci fanno entrare, esattamente come fece la piccola Devidayal a sette anni, in un mondo di pace e serenità. Un mondo in cui il rapporto fra allieva e maestra non si limita alla costante ricerca della perfezione e a superare una selezione durissima, ma si sostanzia anche in un forte legame emotivo, quasi una dipendenza reciproca, senza la mediazione di libri, scuole e aule didattiche .
La stanza della musica descritta da Devidayal si trova in un quartiere
malfamato di Bombay. E un locale spoglio se non fosse per gli strumenti
musicali antichi e l’altarino con le statuette colorate delle divinità
indù. E’ lì che vivono Dhonduthai, la guru di Devidayal, e la sua
anziana madre Aya. E’ lì che Devidayal, proveniente da una famiglia
della media borghesia indiana, si reca settimanalmente per le lezioni di
canto. L’autrice appartiene a una generazione che vive con intensità il
contrasto fra modernità e tradizione – gira con l’i-pod nelle orecchie,
ma non si perde un concerto dei tradizionali raga; si abbandona al
mondo della musica classica indiana, dominato dal binomio perfezione e
ossessione, ma è anche attirata dagli stimoli di una cultura
contemporanea più aperta, più globale e meno autoreferenziale.
Quest’ultima è la strada che sceglierà a diciassette anni, di fronte
alla prospettiva di dedicare tutta la vita al perfezionamento musicale.
Va a studiare negli Stati Uniti, dove però non tradisce le sue radici
musicali , e soprattutto la sua guru, che rappresenterà un punto di
riferimento fondamentale per lei anche dopo il ritorno in India.
Devidayal intreccia gli scarni dettagli della propria autobiografia con
due storie ben più particolareggiate: quella della propria maestra,
Dhonduthai, che sacrifica la propria vita in nome di un’eccellenza che
non le darà mai il successo; e quella di Kesarbai Kerkal, la guru di
Dhonduthai, che invece divenne una delle più famose voci indiane. La
narrazione, farcita di episodi e aneddoti, non risulta né stucchevole né
noiosa, anche per chi come me, non ha alcuna dimestichezza con la
musica indiana. La scrittrice riesce infatti nell’impresa di fondere i
particolari storici con quelli sociali, aprendo uno squarcio su una
realtà affascinante e poco nota in Occidente. E se si entra nello
spirito del libro, l’effetto- specie di questi tempi - può essere
estremamente rilassante, oltre che istruttivo.
Ho letto La stanza della musica e mi è piaciuto moltissimo. Bellissima, come scrivi tu, la mescolanza di aspetti storici e sociali.
RispondiEliminaGrazie del tuo post...
L'hai letto il suo ultimo libro Dolceamaro a Bombay? L'ho comprato ma non ancora letto.
Saluti,
Cristina
Grazie Cristina. Non l'ho ancora letto e devo procurarmelo. Se lo leggi prima, fammi sapere che ne pensi.
RispondiEliminaVera